Viaggio alla scoperta delle oasi agrumicole di Rocca Imperiale e Trebisacce

“Quei limoni …che uniscono”

di Andrea Bignardi

Il Sud è una terra di sorprese, capace spesso di sfatare miti e stereotipi consolidati nell’immaginario collettivo. Il patrimonio di biodiversità che offre è tale, grazie ad una miriade di microclimi tutti davvero invidiabili, da far offrire alla terra un paniere di prodotti che non ha eguali al mondo. Eppure, muovendosi da un versante all’altro della penisola e passando dal Tirreno allo Jonio, dalla Campania alla Calabria, si nota che non mancano tante analogie che, per noi campani amanti del buon mangiare e del buon bere, possono farci sentire, in un certo senso, “a casa”. Il limone Igp di Rocca Imperiale è una di queste: variante del femminello comune, per alcuni aspetti simile allo sfusato amalfitano, e forse ancor più al “limone ‘e pane” coltivato sull’Isola di Procida (ma non meno pregevole in termini di caratteristiche organolettiche), si coltiva da cinquecento anni sulle pendici del primo borgo della Calabria che si incontra entrando dalla Basilicata, dopo aver attraversato la Piana del Metapontino, sovrastato da un castello edificato a partire dal 1213 per volontà di Federico II di Svevia. Di medie dimensioni, dal peso variabile tra 100 e 160 grammi, è un limone particolare per il giusto equilibrio tra sostanze aromatiche e acidità del succo e la totale assenza di semi, che lo accomuna, per l’appunto, al limone procidano. La sua maturazione tende ad essere tardiva (tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera).


E proprio in questa zona, a pochi chilometri più a sud, dopo aver attraversato Roseto Capo Spulico ed Amendolara (in cui si producono, rispettivamente, ciliegie e mandorle de.co.) la bella stagione porta con sé le arance di Trebisacce (note tecnicamente come “biondo tardivo” proprio per via della loro raccolta che avviene tra aprile e giugno). Coltivate in appena centotredici ettari, nei “Giardini” che cingono la città antica, sono davvero una perla ricercatissima. L’impiego di questi due frutti, solo recentemente riscoperti e valorizzati, è ovviamente molto variegato, e spazia dalla produzione di liquori e conserve ‐ acquistabili direttamente dai piccoli produttori ‐ alla cucina. Che, trovandoci lungo la fascia costiera jonica, non potrà che essere di mare, con prodotti come la sardella piccante e le aragoste della secca di Amendolara‐ secondo alcune ipotesi storiche la mitica Ogigia ‐ a fare da padroni. Paradossalmente, gli indirizzi dove gustare una cucina marinara pienamente fedele alle tradizioni del territorio e capace di valorizzarne al tempo stesso i suoi agrumi sono pochi, ma di certo non mancano: potrà essere piacevole fare un salto, tra gli altri, alla “Rotonda”, alla “Trattoria del Sole”, all’”Alice” o “Da Lucrezia” di Trebisacce oppure ai “Due Scogli” ed alla “Trattoria dei Poeti” di Rocca Imperiale.

Rispondi