Toni Servillo:“Il Festival è un segnale di resistenza. Sorrentino? Se chiama sono pronto”

Di Maria Francesca Troisi

Toni Servillo è stato ospite quest’oggi del Giffoni Film Festival e ha raccontato ai giffoners la sua esperienza prima nel teatro e poi nel cinema, e come si sia avvicinato al mondo dello spettacolo grazie alla nouvelle vague e ai film di Truffaut.
L’artista ha definito la rassegna “unica”.
Giffoni è un segnale di resistenza, rappresenta la voglia di non cedere alla paura e agli allarmismi. È un messaggio di vita nonostante questo terribile flagello. Dubito di chi dice che dopo la pandemia tutto sarà diverso, perché la voglia di raccontare storie e di mettere in scena quella grande festa dei sensi, che è ad esempio il teatro, resterà la stessa.

Sono trascorsi dieci anni da quando sono venuto qui la prima volta e devo dire che ho riscontrato la stessa determinazione e la stessa passione. A parte il distanziamento imposto dall’emergenza sanitaria, il cuore pulsante del Festival non è cambiato. Il messaggio più contagioso che viviamo in questa edizione è l’amore per la vita in un momento storico che invece ci abitua alla morte. In questo senso Giffoni è unico, perché è capace di mettere insieme giovani appassionati di cinema che possono incontrarsi e confrontarsi.
Ho avuto modo di vedere il documentario realizzato per il cinquantennale. Mi ha colpito, tra le tante, la testimonianza di Wim Wenders. Il fatto che venendo qui ha ritrovato il bambino che è in lui. Questo rispecchia molto la dimensione pedagogica del Festival. Vedendolo si capisce che il cinema è l’occasione per rilanciare argomenti più complessi. È un’opportunità che consente ai ragazzi di conoscere la varietà del mondo e che fa loro amare la vita. Conservare lo stupore dell’infanzia è fondamentale. I giovani non sono vasi vuoti da riempire con il nostro sapere. Questo è il luogo per eccellenza dove viene sfatato un luogo comune su una gioventù non curiosa e non attenta. A Giffoni è rappresentato il suo lato migliore”.

Tante le curiosità dei giffoners sul mestiere dell’attore, a cui Servillo ha risposto con attenzione.
L’attore ha menzionato poi Marco D’Amore.
Ho visto Marco fare esattamente quello che facevo io quando ero parte della compagnia di Leo de Berardinis, che rappresentava per me un riferimento assoluto per il teatro. Non c’era replica in cui non fossi dietro le quinte a vedere cosa facesse. E Marco ha fatto lo stesso. Quando ci siamo trovati in uno spettacolo complesso, La trilogia della villeggiatura di Goldoni, durante una tournée di ben 394 date è capitato che qualche attore si ammalasse e Marco ha sostituito perfettamente quattro attori su diciassette conoscendo il ruolo di tutti gli altri. È un attore dotato di un talento, ma da solo il talento non basta. Il suo è un talento governato dall’intelligenza, dote che ti orienta nelle strategie e lavorativamente parlando ti insegna a dire molti no e pochi sì”.

Servillo crede molto nei giovani, e ne cita altri due da tenere d’occhio, Alessandro Borghi e Luca Marinelli: “Faranno molto nei prossimi venticinque anni”.

L’artista plaude poi al cinema napoletano, mai così fertile come in questo periodo.
A Napoli si stanno facendo tante cose, Sorrentino, Martone, Andò, De Angelis. E se vogliamo anche le vittorie a Cannes di Gomorra e de Il divo sono targate Napoli”.
Il primo amore dell’attore resta tuttavia sempre il teatro.
Come diceva Artaud deve essere contagioso. Dovrebbe raccontare un sentimento in una maniera nuova, alla quale non avevi mai pensato prima. Credo che le emozioni dal vivo siamo irripetibili. La forza del teatro è la sua libertà, ma è anche una trappola dalla quale non puoi scappare se non riesce a coinvolgere quel pubblico che Shakesperare in Antonio e Cleopatra battezza il mostro dalle mille teste. Il teatro è poesia”.

Servillo si definisce un attore italiano di lingua napoletana, perché “ogni parola di questo dialetto è uno scrigno e racchiude almeno dieci significati diversi. La lingua napoletana è la lingua dell’esperienza, quella che detta il comportamento, quella delle radici. Se dovessi tornare indietro con la memoria, ripenso ad Afragola. A settembre. Mi piacerebbe rivivere quella sensazione di me bambino circondato da un gineceo di nonne, zie, cugine, tutte bellissime, che cantavano e chiacchieravano mentre facevano le bottiglie di pomodoro”

Presto sul set del film Dall’interno di Leonardo Di Costanzo (con Alba Rohrwacher e Silvio Orlando), l’attore glissa infine con ironia su un suo coinvolgimento nel nuovo film di Paolo Sorrentino: “Avendo già fatto cinque film con lui, se dovesse chiamarmi all’ultimo momento mi faccio trovare pronto”.

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