Giorgieness:«Sui social è un “dovere” mostrarsi sempre al top»

di Maria Francesca Troisi

Giorgieness (all’anagrafe Giorgia D’Eraclea), valtellinese con fiero “sangue meridionale” (papà calabrese e mamma pugliese), una vita consacrata alla musica, quasi dieci anni di carriera (iniziata nel 2011), un desiderio di cambiare e raccontarsi sempre senza filtri. Testi mai banali, anima limpida, voce graffiante, capacità di spaziare dal punk degli esordi al rock ruvido fino ad approdare al pop cantautorale, il tutto racchiuso in una ragazza che alla soglia dei 30 anni ha il coraggio di esporsi, nella musica come nella vita.

“Maledetta” è il primo assaggio del tuo terzo album. Com’è nato e a chi lo dedicheresti?

“È nato un anno fa, in Toscana da mia madre, ero in salotto con la mia “chitarra di battaglia”; sul primo momento pensavo fosse una canzone che parla solo d’amore, invece poi me la sono dedicata, l’ho vista come un lungo dialogo con me stessa. “Maledetta me!” è un’esclamazione che mi rivolgo spesso durante la giornata”.

Quando dici “siamo un verbo al futuro”, lo leggi in maniera autobiografia o nell’ottica di una storia d’amore?

“In questo caso si parte da quella domanda che ci facciamo un po’ tutti: si può davvero dire “per sempre”?Io dico forse di no, perché ci sono tante variabili nella vita. Si può cambiare e crescere insieme, ed è questo il verbo al futuro, cioè cercare di andare avanti, soprattutto in una coppia che ha più o meno la stessa età, crescendo insieme. Per forza di cose si cambia, l’amore è un verbo di costruzione quando c’è davvero e quando è reciproco”.

Nel video ufficiale vedo delle immagini della “nostra” costiera. Come mai le hai inserite? Eri in vacanza?

“È stata la mia prima vacanza, ho fatto una decina di giorni sulla costiera cilentana e due giorni tra Amalfi e Positano. In quei giorni ho cominciato a pensare a “Maledetta”. È stato bello ritrovare questi video sul telefono, soprattutto in periodo di quarantena, quando si doveva capire come realizzare il video ufficiale, e queste mi sono sembrate le immagini giuste per raffigurare “Maledetta”, insieme alle immagini di casa mia”

Hai voluto mostrare interamente te stessa…

“Quello che scrivo è sempre autobiografico; ho scelto cosa dare agli altri di me e cosa tenere privato”.

Cosa tieni per te?

“Proprio delle parti di me, più che degli argomenti. Perché magari uno può decidere se parlare della propria relazione, dei propri problemi sui social. Io mi tengo proprio “delle parti”, quella magari più disordinata, più triste, ma anche quella innamorata. Quindi ho deciso che nel darmi, che fa anche parte del mio lavoro, mi sarei conservata dei segreti”.

Nel tuo raccontare te stessa hai parlato anche dei disturbi alimentari di cui hai sofferto. Perché hai scelto di parlarne?

“Ho fatto un percorso, seguita da medici, e quando mi sono sentita abbastanza forte nel chiedermi cosa mi abbia aiutato in quel periodo (che di certo non finisce da un giorno all’altro), mi sono accorta che ad aiutarmi, tra le altre cose, erano state le storie degli altri, di coloro che stimo e ce l’hanno fatta, ma anche che stimo e non ce l’hanno fatta (per questo cito spesso, ad esempio, Amy Winehouse). Ho provato quindi a raccontare la mia storia agli altri, e questa cosa mi ha commossa, perché ricevo tutt’oggi messaggi privati da altre persone, che hanno trovato la forza di reagire leggendo la mia storia e quella di altre persone. In fondo se hai una voce è giusto usarla anche così”.

Parlarne non è semplice…

“Cerco di parlarne non solo per chi ne soffre, ma per chi è vicino a chi è malato, e forse è questa la cosa più difficile. La verità è che ci vuole tanta pazienza, capire che in quel momento la persona malata non ti sta ascoltando”.

Secondo te i disturbi alimentari sono visti come una malattia o c’è ancora una buona dose di ignoranza in tal senso?

“Credo che per quanto riguarda l’anoressia sia più “immediato” identificarla come malattia, perché ha delle conseguenze fisiche molto evidenti. Per quanto riguarda la bulimia, invece, c’è un grosso tabù. Da fuori si viene visti come qualcuno a cui piace mangiare molto, non si capisce che è sempre una dipendenza dal cibo. Non c’è ancora la giusta attenzione: bisognerebbe parlare di più di queste malattie e far uscire “il corpo” dagli argomenti di conversazione con gli altri”.

Viviamo anche in una società che ci vuole “perfetti”. Una perfezione spesso apparente, che nasconde una profonda solitudine, come descrivi nella tua “Hollywoo(d)”, secondo estratto del tuo nuovo lavoro. Dietro tanta apparenza, come in Amy Winehouse (di cui parlavamo prima), ma anche nella Monroe (che citi anche nel video), spesso si nasconde una forte solitudine. Anche questo è un brano autobiografico?

“C’è molto di me, soprattutto in relazione al mio lavoro. Ci sono tante canzoni in questo disco che partono da grosse riflessioni fatte in casa e anche con altri colleghi, sul nostro ambiente di lavoro. Credo sia tra i più tossici che esistono, ed è difficile restarne dentro senza farsi assorbire, a qualunque livello, perché se le cose “funzionano” hai una buona dose di pressione. Oggi sembra quasi che sia un “dovere”, soprattutto sui social, mostrarsi sempre “bellissimi” e al top. Invece una cosa che dico spesso è “dimentichiamoci di essere belli quando siamo felici”. Non è sempre necessario ostentare sicurezza quando non la si ha, bisogna comunicare con le persone in modo diverso. Credo sia finito quel periodo storico in cui c’erano le dive, ormai tutti noi abbiamo i paparazzi, siamo noi stessi che ci facciamo le foto e diciamo dove siamo. È complesso non sembrare “da fuori” qualcuno che ha tutto, e anche questo ti fa sentire “solo”, perché ogni tipo di lamentela sulla tua vita è smorzata immediatamente e malamente”.

Come ti relazioni con gli haters?

“Per fortuna finora ho avuto pochissimi episodi di questo genere. Uno si è risolto “semplicemente” con una denuncia: mi avevano creato un profilo falso, con le mie foto ritoccate. A parte questa esperienza, ho un rapporto molto rispettoso con chi mi segue; anche se mi fanno notare qualcosa che non va, lo fanno sempre in maniera educata”.

In questi quasi 10 anni di carriera Giorgieness è cambiata. È una scelta coraggiosa?

“È l’unica scelta possibile. Mi ero fatta una promessa tanti anni fa, continuare a fare i dischi che volevo fare e non incasellarli in un genere, se quel genere mi stava stretto”.

Non hai avuto paura che il pubblico non ti “riconoscesse”?

“L’hanno avuta più gli altri; io no, perché usando tanto i social, ho portato la narrazione oltre le canzoni, e quello che le persone hanno sentito e visto di me negli ultimi due anni (in cui non ho fatto uscire canzoni), li ha aiutati a capire che tipo di musica sarei andata a fare”.

Se ti dovessi descrivere con una tua canzone, quale sceglieresti e perché.

“Umana, perché è un’altra promessa che mi sono fatta. Dopo quel periodo così difficile, ho capito che non potevo essere perfetta, piacere a tutti, e non potevo essere neanche gentile con tutti. Quindi mi sono permessa di essere umana”.

Una curiosità “casalinga”. Il piatto che ti viene meglio in cucina?

“Ultimamente il pollo arrosto con le patate e la pasta con le vongole”.

E il tuo piatto preferito?

“Uno di quelli che mi piace tanto è riso patate e cozze”.

Qual è il traguardo di cui vai più fiera?

“Forse quando con il primo disco (“La giusta distanza”) sono arrivata in finale al Premio Tenco con Motta. Ha vinto poi Francesco, meritatamente: aveva un disco incredibile (“La fine dei vent’anni”)”.

Faresti carte false per collaborare con chi?

“Nick Cave! E poi c’è la “bambina” Giorgia che vorrebbe fare una canzone con Ligabue. Ci sono tanti ricordi legati alle sue canzoni, il periodo in cui i miei erano ancora insieme. Poi ovviamente credo abbia un songwriting invidiabile”.

È un anno difficile per la musica live, alcuni artisti hanno deciso di non fermarsi, nonostante tutto. Cosa ne pensi?

“Sono della scuola che se si può suonare, sia che siano 10 persone o 30mila, si suona. Soprattutto dopo un anno così, la gente ha desiderio di tornare a sentire musica dal vivo. Io mi sono commossa per uno showcase di Samuel, che non è riuscito neanche a realizzare. Era a Torino, pioveva, ma ha deciso di cantare comunque due canzoni. Questa cosa mi ha insegnato tanto sul mio lavoro e sul contatto con il pubblico. Non è facile quest’anno andare a suonare, per mille motivi, però magari si trova un modo per conciliare tutto”.

Cosa c’è nel futuro di Giorgieness e in quello di Giorgia?

“Nel futuro di Giorgieness c’è il disco, non vedo l’ora di finirlo, poterlo ascoltare e farlo ascoltare. In quello di Giorgia c’è anche un altro trasloco, il terzo in due anni, sempre a Torino. Ci sarà una camera in più, che farà da studio”.

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