Le regole del controllo sociale

di Walter Di Munzio*

Secondo il celeberrimo linguista, filosofo e teorico della comunicazione Noam Chomsky, teorico del controllo sociale, esistono 10 regole per attivare forme di controllo del pensiero delle masse, da lui elaborate nel novecento e da sempre utilizzate per condizionare e orientare il pensiero collettivo. A suo dire si può elaborare una precisa strategia in grado di condizionare idee prevalenti e radicati convincimenti. Nei nostri tempi si possono condizionare persino gli orientamenti politici e le intenzioni di voto. Il Controllo Sociale consisterebbe nel distogliere l’attenzione dai problemi veri e dai cambiamenti sociali, di costume ed economici. Credo che sia esattamente quello che sta avvenendo oggi (ed è questa la paradossale novità) più in chi si oppone ai decisori che negli stessi governanti. In questa moderna rivisitazione delle strategie della nostra politica Salvini in Italia, come Trump negli USA, in si è dotato di una struttura per la Comunicazione, la famigerata “Bestia”, coacervo di esperti della comunicazione e della produzione di fake news. Che, a ruota, la sodale Meloni, riprende sistematicamente, entrambi attivano continue e reiterate campagne di odio e di aggressione verso politici avversari o verso intere popolazioni. Non a caso questo tipo di propaganda è transitata, senza scomporsi, dalla narrazione antimeridionale tipica della Lega a quella contro gli immigrati, tirati in ballo anche quando chiaramente estranei, come nel caso di questa epidemia o, più spesso, dell’aumento della criminalità e persino di fronte alla diminuzione delle opportunità occupazionali, dimenticando che il lavoro che fanno gli immigrati è spesso quello che noi non vogliono più fare. Negli ultimi anni i migranti sono stati spesso additati come responsabili di ogni violenza, stupro e di ogni sorta di efferato omicidio. E quando poi è risultato evidente che il reato era stato compiuto da un congiunto, un connazionale o da un criminale comune mai salito su un barcone per venire a “rubare il lavoro agli italiani”, si passava rapidamente oltre cambiando argomento. Questa narrazione assolutoria di ogni crimine, ma densa di violenta disumanità, si fonda però su solide basi scientifiche, sintetizzate nelle “dieci regole per il controllo sociale”. Proviamo ora a riproporle, adattandole all’attuale contesto: La prima regola è quella definita “strategia della distrazione”. Costituisce l’azione principale per ottenere il controllo sociale e consiste nel distogliere l’attenzione della maggioranza dai problemi veramente importanti e dai cambiamenti in atto. Nel nostro caso una straordinaria crisi epidemica globale con tutte le decisioni che ne conseguono. Utilizzando la tecnica dell’inondazione di informazioni, perlopiù false ma in grado di produrre distrazioni continue (fake news) e insignificanti. La strategia della distrazione è indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali, come nel campo della scienza e dell’economia. La seconda regola è derivata dalla sequenza “prima creare un problema, poi offrire una soluzione”. Questa regola è anche chiamata “problema / reazione / soluzione”. Consiste nel creare una criticità che produrrà una determinata reazione nella maggioranza (come avviene per esempio quando si parla di immigrazione clandestina) in modo che questa sia la ragione delle misure repressive che si desidera far accettare. Come è stato fatto per le misure per la sicurezza scritte formalmente per regolare la immigrazione clandestina che invece introducono misure repressive contro la popolazione in generale. La terza regola è quella della “strategia della gradualità”. Concepita per far accettare misure altrimenti inaccettabili. Basta applicarla gradualmente, col contagocce. Questo è il modo in cui condizioni socioeconomiche nuove (quelle del neoliberismo in economia) furono imposte negli anni ‘80 e ’90, costruendo uno Stato ridotto al minimo sotto l’illusione della liberazione dalle tasse. Perseguendo ogni possibile privatizzazione, ha prodotto inevitabili fallimenti aziendali, precarietà occupazionale e salari che non possono più garantire redditi dignitosi. Cambiamenti che avrebbero provocato rivolte violente se applicati in una sola volta. La quarta regola è quella della “strategia del differimento”. Per far accettare una decisione impopolare basta presentarla come una dolorosa necessità, facendo appello alla responsabilità collettiva. Ciò è possibile in quanto lo sforzo richiesto non deve essere fatto immediatamente. La gente ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà bene … domani” e che il sacrificio paventato forse potrà essere evitato. In questo modo si dà più tempo per abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con assegnazione … quando arriverà. La quinta regola è quella di “rivolgersi alla gente come a dei bambini”. La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile. Questo perché se qualcuno si rivolge ad una persona come se questa avesse meno di 10 anni, allora, a causa della sua suggestionabilità, questa tenderà ad una risposta o ad una reazione priva di senso critico, proprio come quella che darebbe ad un bambino di 10 anni. La sesta regola è quella di “usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione”. Si tratta di sfruttare l’emotività per provocare un corto circuito della razionalità e del senso critico. L’uso di un tono emotivo permette di accedere all’inconscio per impiantare idee, desideri, paure e compulsioni o per indurre comportamenti auspicati. La settima regola consiste nel riuscire a “mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità”. Far sì che le persone siano incapaci di comprendere tecniche e metodi usati per controllarle. Per ottenere ciò basta erogare una bassa qualità dell’educazione e della scolarizzazione di massa. La più povera e mediocre possibile, in modo da implementare la distanza creata dall’ignoranza tra i decisori e la parte più fragile della popolazione. La ottava regola si fonda sul concetto di “stimolare la gente a favorire e scegliere la mediocrità”. Spingere per esempio il pubblico (come avviene per quello delle televisioni commerciali, ma ora sempre più anche per quello delle pubbliche) a ritenere che sia trendy e di moda essere aggressivi, volgari e ignoranti. La nona regola consiste nel “rafforzare il senso di colpa”. Far credere al singolo di essere egli stesso responsabile delle proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di repressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. Senza azione non c’è cambiamento possibile, tantomeno in senso innovativo. La decima e ultima regola consiste nel far credere di “conoscere la gente meglio di quanto in realtà si conosce”. Sempre, in periodi come quello che viviamo oggi, di fronte al susseguirsi rapido di progressi della ricerca e della scienza, si sono verificati tumultuosi divari tra conoscenze diffuse e quelle di pochi esperti. Spesso, grazie anche a queste semplici regole, il sistema riesce ad esercitare un ampio controllo (e quindi riesce ad avere un maggior potere) sulla gente. Potere e controllo molto più autorevoli e forti di quello che la gente può esercitare su sé stessa.

*psichiatra e pubblicista

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