Le domande a cui rispondere

di Walter Di Munzio*

Perché aumentano i contagi? E, soprattutto, sono pericolosi? Queste ed altre domande ci poniamo sui social da quando i comunicati degli esperti ci segnalano quotidianamente i numeri della ripresa dell’epidemia. Più volte si è tentato di dare risposte credibili per spiegare questo trend e puntualmente ci si è dovuti ricredere. Mi sembra evidente che il numero di persone infette è sempre più correlato al numero di tamponi fatti e, come avventatamente ma con logica stringente, ha affermato Trump, basterebbe interrompere la somministrazione di tamponi per far abbassare la curva dei contagi. Però la pandemia non è un fatto statistico o meramente quantitativo, sarebbe come chiudere gli occhi e credere che la realtà che ci circonda possa magicamente sparire. Questo approccio infantile (detto pensiero magico) ci deve indurre ad alcune riflessioni. Per esempio a rivedere le categorie che classificano gli eventi lungo una graduazione valoriale che oscilla tra i poli positivo e negativo, riferiti alle notizie che diffondiamo. Positive quando facciamo propaganda sui successi della strategia adottata o, al contrario, negative – se non catastrofiche – quando la propaganda ci spinge alla critica senza riserve, fino a provvedimenti tesi a limitare la stessa libertà di movimento o di relazione. Perché è evidente che se non ci si muove, non si incontra gente, non si vive e non si può diffondere alcun contagio. Eppure non potrebbe esserci condizione peggiore che quella di ripiombare in un nuovo lockdown. Sarebbe un disastro annunciato per la nostra economia ma, soprattutto, per la salute mentale di tutti noi. Un dato ci conforta. All’aumento dei casi di positivi non corrisponde un aumento dei casi di malattia conclamata. Sono prevalentemente casi asintomatici, che non presentano sintomi evidenti, ma di minore gravità e con prognosi più favorevoli; per questo motivo sono più giovani e raramente richiedono un ricovero ospedaliero e tantomeno in una Terapia Intensiva. Lo sforzo organizzativo fatto nel corso della prima ondata trova ora un SSN più attrezzato e operatori con maggiori conoscenze cliniche o di procedure efficaci. Sono stati aumentati i posti letto negli ospedali dedicati senza contare, per decenza, i posti letto realizzati nei nuovi presidi COVID, dalla protezione civile. Come quelli in Fiera a Milano o i moduli prefabbricati arrivati con grande clamore anche in Campania, inutili e costosissimi. Eppure sapevamo bene di non voler realizzare nuovi Lazzaretti che avrebbero isolato dal mondo degli affetti e delle relazioni umane proprio le persone più fragili, negando loro ogni speranza e spegnendo quella energia vitale a cui attingere per continuare a vivere. Le uniche difese efficaci ad oggi sono ancora le più banali indicazioni di sanità pubblica: lavare spesso le mani, distanziamento fisico, utilizzo di dispositivi di protezione individuale e poi un attento monitoraggio dei casi positivi, sia sintomatici che non, per individuare ed isolare precocemente i cluster di malattia. Ma è chiaro che ciò non può più bastare. Si chiede ora alla popolazione una maggiore collaborazione, e questa risponde ancora positivamente; sia pur con qualche rumorosa eccezione, prontamente punita dal virus, come accaduto a coloro che si sono infettati al Billionaire, tra feste e balli e rivendicando la propria libertà di muoversi non tenendo conto delle sagge indicazioni del Governo. Poniamo ora alcuni quesiti: perché si è abbassata così tanto l’età media dei contagiati? È questo un segnale preoccupante? La risposta da dare è fare più tamponi? Il numero di infetti di età più giovane si registra oggi proprio perché si è passati alla fase della riapertura, tornando ad una normale vita sociale. Ma si tratta di pazienti che presentano sintomi meno gravi e, soprattutto, capaci di reagire meglio alla malattia; ma siamo veramente sicuri che questi numeri non c’erano anche prima? Mi sentirei di dire che l’incremento dei tamponi li ha solo evidenziati e azzarderei che si tratta di un dato positivo, che va nella direzione di quella mitica “immunità di gregge”, a cui tutti aspiriamo in attesa di un vaccino. I giovani non sono irresponsabili tesi a infettare i loro genitori per una serata in discoteca. È una rappresentazione ingiusta, aggressiva e senza fondamento. I casi di assembramento in discoteca sono una assoluta minoranza e la maggior parte dei giovani ha accettato sinora tutte le limitazioni imposte, contribuendo al superamento della fase acuta, impegnati spesso nel volontariato, nel lavoro ospedaliero (non si dimentichi che gli operatori sanitari coinvolti nell’assistenza sono in genere giovani neo-assunti) e nella vita quotidiana, magari proprio sostenendo quei familiari fragili e anziani a rischio. Siamo un paese vecchio, questo lo sappiamo, ma non dovremmo colpevolizzare quella parte del paese che è giovane e che per fortuna esiste anche da noi. Semmai questo è il motivo inconscio per cui mal sopportiamo i giovani e li rappresentiamo frivoli e sconsiderati, ma questo è un pregiudizio dettato più dalla rabbia che dalla realtà, qualcuno dovrà pure dirlo o farlo sapere a questa generazione di irresponsabili anziani spaventati e arrabbiati. L’altro quesito sulla necessità di fare più tamponi è, a mio avviso, di estrema importanza e costituisce l’obiettivo principale di questi giorni. I tamponi servono per individuare i cluster precocemente e per sapere dove e quanti sono i positivi in questo momento, per adottare tutte le misure idonee a bloccare la diffusione del virus e chiudere i locali e i territori capaci di diffondere l’infezione. Ma bisogna anche avere sempre estrema attenzione a non escludere o colpevolizzare alcuno, pensando solo al proprio particulare, come ancora una volta si stava facendo a Linate riservando i tamponi ai soli residenti invece di agire per avere più tamponi e somministrarli a tutti quelli che entrano in Italia disperdendosi poi per tutto il paese. Ma è possibile che non abbiamo ancora imparato che salvaguardare il singolo, chiunque esso sia, è l’unico modo certo per salvaguardare tutti, e non si dica che non abbiamo le risorse per operazioni di così ampio spettro o che manca il personale. Si tratta di migliorare l’efficienza del nostro sistema sanitario, implementando le assunzioni e migliorando le strutture dedicate. E stavolta senza scuse o attenuanti di sorta. Le responsabilità ora sono chiare e saranno poi facilmente individuabili. Dovremmo controllare e agire anche con adeguate contromisure. Basta azioni clientelari, finalizzate a personali vantaggi. I soldi ora ci sono o presto arriveranno e saranno finite le scuse e, speriamo, gli egoismi.

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