Stefania Parlato (Democratici e Progressisti) scrive una lettera a Valeria Ciarambino (M5S)

In relazione al suo post pubblicato su Facebook in data 24 agosto 2020 (https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=1572235599604128&id=284092641751770&sfnsn=scwspmo&extid=e9KEMNTSPyeRRCDQ&refsrc=https%3A%2F%2Fm.facebook.com%2Fcheckpoint%2F&_rdr#_=_) e che solo ora mi capita di leggere, non come candidata alle prossime elezioni, ma come medico del Sistema Sanitario Pubblico che non esercita attività di Intramoenia non posso non sentirmi profondamente offesa e non replicare a quanto Lei afferma con estrema faciloneria ed espressioni propagandistiche, contravvenendo nei fatti alla sua intenzione di non fare della sanità uno slogan elettorale. È comprensibile che in campagna elettorale si faccia promozione di sé stessi e si cerchino consensi, ma quando questo avviene attraverso un’immagine poco veritiera e distorcendo i dati oggettivi, c’è da interrogarsi sulla liceità di alcune affermazioni. Sostenere che, in alternativa alla lista di attesa, venga proposta una prestazione in regime di Intramoenia con la frase “se paghi migliaia di euro ti operiamo domani” è gravemente diffamatorio, ancor più se detto da una consigliera uscente, candidata alla Presidenza della Regione. Questa affermazione equivale a dire che, in Campania, chi non ha possibilità economiche non viene curato e Lei dovrebbe sapere bene che non è così. È ormai prassi comune ricorrere, non potendo attendere i lunghi tempi delle nostre liste di attesa che effettivamente raggiungono livelli inaccettabili, alle prestazioni nelle strutture private convenzionate dove i tempi sono brevi, quando non brevissimi, e senza aggravio economico alcuno per il paziente, che è soggetto allo stesso ticket che pagherebbe se fosse assistito nelle strutture pubbliche. Certamente questo non è un sistema da fomentare: il pagamento delle prestazioni in convenzione storna verso il privato ingenti quantità di fondi che potrebbero essere più utilmente investiti nella sanità pubblica;  ma da qui a sostenere che l’alternativa alle liste d’attesa è pagare migliaia di euro per essere curati in Intramoenia c’è un’enorme differenza. Per quanto attiene al flusso di pazienti dalla Campania verso altre regioni, non è corretto fare intendere che sia dovuto unicamente alla lunghezza e lentezza delle liste d’attesa. Come certamente Lei non può non sapere, la maggior parte dei nostri pazienti “emigra” per curarsi a causa delle enormi carenze organizzative, organiche, strutturali e tecnologiche che rimontano a ben oltre l’ultimo quinquennio e che si traducono in peggiore qualità assistenziale. Certamente le liste di attesa vanno  ridotte e, inevitabilmente, è necessario ampliare l’orario di erogazione delle prestazioni procedendo alle assunzioni in tutti i settori ed a tutti i livelli data la pesante carenza di personale, come Lei ha rilevato durante il suo mandato consiliare, ma gli effetti delle assunzioni hanno pure un tempo di latenza. Tuttavia, nuovi modelli organizzativi potrebbero da subito decongestionare le liste, portando oggi ad un sensibile miglioramento della situazione e continuando anche in futuro a far sentire i loro benefici che si sommerebbero a quelli del completamento degli organici.  Attualmente, ad esempio, potenziando l’assistenza sul territorio e favorendo il dialogo diretto tra specialista e medico di famiglia, sarebbe possibile evitare tutte quelle visite  che si espletano sulla documentazione medica e non richiedono l’esplorazione fisica e quindi la presenza, del paziente. Penso ad esempio a tutte le visite specialistiche per il rinnovo dei piani terapeutici: si tratta di malati cronici con terapie a tempo indefinito e che periodicamente devono essere riconfermate dallo specialista corrispondente. Qui, in assenza di mutamenti clinici che il medico di base è il più qualificato a valutare, queste visite potrebbero essere sostituite dalla trasmissione telematica degli esami diagnostici di controllo e di una relazione clinica. La conferma del piano terapeutico potrebbe essere inviata per via telematica al medico di base presso il quale il paziente potrebbe ritirarla. Un modello simile permetterebbe di evitare al paziente spostamenti e file per prenotare la visita, evitare il ripetersi di una stessa fila per eseguire la visita specialistica, il numero di visite si ridurrebbe e, conseguentemente, le liste di attesa scorrerebbero più velocemente. Altro beneficio, di notevole rilevanza, sarebbe non solo il risparmio di tempo per pazienti e familiari, ma soprattutto la riduzione del disagio per tutti quei pazienti con problemi di mobilità, per i quali può diventare tragico e oneroso lo spostamento. Tutto questo a costo zero. La parte più esecrabile di tutto il suo testo riguarda la minaccia dal tono punitivo del blocco delle attività in intramoenia: un attacco a tutti gli operatori della sanità pubblica che quotidianamente fanno ricorso al proprio spirito di abnegazione ed iniziativa andando ben oltre gli obblighi contrattuali nel tentativo di far pesare il meno possibile sugli utenti le gravi carenze del sistema disegnato dalla politica di campagna elettorale e dalle lobby, non certo da noi medici. Preciso nuovamente che io lavoro a tempo pieno nella sanità pubblica e non effettuo prestazioni in intramoenia, tanto per sgombrare il campo da  eventuali illazioni.  Questa aggressione da cui si deduce che i lunghi tempi delle liste di attesa siano da ascrivere ad un personale pigro e lavativo viene lanciata proprio contro quelli che, fino a poco tempo fa, sono stati celebrati come eroi per essere rimasti in prima fila, esposti al rischio Covid senza considerare più gli orari, mettendo a rischio sé stessi e le proprie famiglie, condannati a turni lunghi senza possibilità di staccare per qualsiasi necessità a causa degli ingombranti dispositivi di protezione individuale di cui la politica era responsabile dello scarso approvvigionamento.

C’è ancora da considerare che questo tipo di esternazioni peggiora notevolmente il già difficile rapporto medico-paziente, contesto determinato in gran parte dalla convinzione generata nell’utenza che il dipendente della sanità pubblica tenda a sottrarsi ai propri obblighi assistenziali.

Rispetto a questo atteggiamento punitivo e denigratorio da parte di chi si propone al governo della Regione, vale la pena considerare che un atteggiamento conflittuale, autoritario (e non autorevole), ancor più perché ingiustificato, verso chi, con il proprio lavoro, dà vita alla sanità pubblica, non può certo portare ad una crescita qualitativa del nostro sistema che ha invece grande necessità di un lavoro in sinergia tra tutte le parti coinvolte.

Al di là di questo, c’è da considerare che l’Intramoenia è un’attività che i medici svolgono rigorosamente al di fuori del proprio orario di lavoro, quindi non a spese del servizio pubblico, né in senso economico, né come tempo sottratto al pubblico per la propria attività privata.

Vale la pena ricordare che l’attività intramoenia è un’attività privata che si svolge utilizzando i locali e le strumentazioni del Servizio Pubblico e che la parcella pagata dal paziente va solo in parte al medico mentre in altra parte resta all’azienda sanitaria che, così, aumenta i suoi introiti. In una realtà dove i fondi per la sanità sono sempre insufficienti, non si capisce quale sia il senso di ridurli ulteriormente, eliminando le entrate relative all’attività intramoenia e come sia possibile conciliare una tale azione con la volontà di risanamento della Sanità Pubblica.

La minaccia di questa “punizione”, inoltre, rende palese che non si sono compresi i meccanismi che portano al globale malfunzionamento del Servizio Sanitario Pubblico, preferendosi un’analisi frettolosa che individua una categoria su cui scaricare responsabilità che sono, invece, a più alti livelli. È chiaro che, mancando una visione realistica di quelli che sono i problemi strutturali della sanità, è impossibile trovare soluzioni efficaci.

Concludo facendo notare che qui siamo in una regione con una povertà dilagante, di cui tutti parlano ma di cui nessuno dimostra di avere reale consapevolezza: gran parte della popolazione ha difficoltà a pagare il ticket, soprattutto perché le esenzioni spesso non rispecchiano le reali condizioni economiche dei pazienti.

La sanità ha bisogno di concretezza e non se ne può sfruttare unicamente l’aspetto mediatico perciò è necessario parlare ai pazienti e non agli elettori. Con questo spirito che, credo, condividiamo mi auguro che colga l’occasione di un dialogo costruttivo per confrontarci sulle nostre rispettive idee e soluzioni nell’unico interesse di costruire una sanità pubblica regionale di qualità.

Stefania Parlato

Medico-Chirurgo

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