Sessualità ed intolleranza…

di Alessandro Rizzo

Due parole che concettualmente non potrebbero esistere dentro la stessa frase.

Una premessa, non mi avventurerò nell’esprimere la mia opinione circa il mondo gay-trans-lgbt ecc ecc perché non sono preparato, perché non mi sento istruito, perché tra le sigle mi ci perdevo già quando erano semplici acronimi di enti pubblici, figurarsi adesso che sono la sintesi di etichette di genere di conio mondiale. Io, che ho studiato giurisprudenza col Prof. Vincenzo Buonocore che odiava che si dicesse “ESSE ERRE ELLE” per indicare una società e pretendeva che noi studenti la chiamassimo “societàaresponsabilitàlimitata” ogni volta. Siamo cresciuti così noi, senza sconti, neanche sulle parole da usare. Di certo c’è che è morta una persona. Una persona. Uccisa dal gesto di un’altra persona. Il fratello per l’esattezza. E già così suona due volte male; la prima perché non è accettabile l’omicidio, la seconda perché ancor meno si può accettare un fratricidio. E poi per quale ragione? Perché la sorella amava un trans (si dice trans?)? Allora proviamo a fare chiarezza sui fatti portati a crudo nella loro essenza. Una ragazza è morta non perché amasse un trans, fosse lesbica o altro (anche perché in fondo Cira ormai era Ciro), ma è morta perché aveva un fratello assassino che l’ha uccisa. La colpa di tutto questo è in via diretta, immediata, non gradata, dell’assassino. Poi, ovviamente, come sempre, ci sono altri fattori che vanno tenuti in considerazione. Il contesto sociale, la cultura (o sottocultura), lo Stato, la scuola, la congiuntura astrale secondo alcuni e via così fino all’infinito. Sicché ho letto “chissà i genitori cosa hanno insegnato a quel figlio”. No, il problema non è cosa gli hanno insegnato, ma cosa non gli hanno insegnato. Non gli hanno insegnato innanzi tutto a farsi i fatti suoi, come minimo, perché chi amasse la sorella non è mai stato un problema suo. Non gli hanno insegnato a tollerare che qualcun altro possa avere una “natura sessuale” diversa da quella apparente, ma anche solo che possa avere -e sì, smettiamola con questo perbenismo lessicale catto-borghese-orientamenti o gusti sessuali di altro tipo. Ma in questo caso la sorella amava un uomo, per cui a ben vedere neanche il più cieco dei conformisti avrebbe potuto vedere in quella storia d’amore qualcosa da non accettare. E tuttavia, se da una parte mi sconvolge l’oscurantismo sessuale di certe persone, che manco nei primi del ‘900, incapaci di viversi la propria vita semplicemente senza impicciarsi delle questioni degli altri, dall’altra noto che questo procedimento di rivendicazione culturale, che poi è quello che ha dato vita alle ruvide sigle che a provare a pronunciarle ti si attorciglia la lingua, finisce un po’ per fare il gioco degli intolleranti. La società perde ogni volta che crea una categoria, un’etichetta. E trovo assurdo che sempre più spesso le persone paghino con la vita la mancata accettazione di una loro condizione inquadrata in un’etichetta che le vittime stesse hanno creato. Posto che il mio non è un giudizio sulle conseguenze civili e giuridiche di una certa sessualità, che io non intendo esprimermi su temi quali l’identità anagrafica, l’adozione, mi chiedo ma è davvero così complicato arrivare a pensare che siamo tutti semplicemente persone? È un’etichetta l’lgbt come è un’etichetta anche il genitore 1 o 2. Io sono e sarò sempre padre e questo non può disturbare un omosessuale, che per inciso potrebbe adottare un bambino magari sposandosi fittiziamente con una donna e fregando tutti. È proprio il rivendicare un genere, vecchio o nuovo che sia, che talvolta ci rende vittime di un dibattito sterile, destinato unicamente a trasformarsi in conflitto e, in casi estremi, in omicidio. In tutto questo, a dispetto del dito puntato di molti, mi piace notare la tolleranza, l’accettazione della Chiesa o almeno di quella parte di essa che, talvolta accade, predica secondo i propri precetti istituzionali, ma poi, quel che conta, razzola bene. Come fa don Patriciello da anni in quella zona.

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