Lo stigma e le donne di Lukashenko

di Walter Di Munzio*

Maria Paola Gaglione e Ciro hanno sommato in sé ben due forme di stigma sociale. Sono una coppia omosessuale e vivono nel famigerato Parco Verde di Caivano. Maria Paola è morta a seguito dell’irragionevole furore del fratello che li ha speronati con la sua moto. Si sono schiantati sul selciato, Maria Paola senza vita e Ciro gravemente ferito. Cosa avevano fatto? Nulla, stavano andando nella casa che avevano potuto fittare assieme per vivere la loro storia d’amore, ma solo dopo aver raggiunto la maggiore età, a causa dei ripetuti ostacoli frapposti alla loro storia considerata dalla retriva cultura familiare una storia torbida e senza futuro. Una storia di cui vergognarsi, anche per il giudizio sociale di un quartiere che non provava vergogna per la fama, da cui è circondato da sempre, per i noti episodi di pedofilia e per essere un centro di spaccio di droga. È purtroppo la tipica cultura che fa prevalere la ricerca di una pretesa “normalità” e che fa dire al fratello di Maria Paola che questa era “infetta” a causa di Ciro. Infetta come se la sessualità possa ancora essere considerata una colpa e non una legittima espressione della personalità e della più naturale delle inclinazioni. Siamo di fronte ad uno stigma diffuso e violento che attraversa ancora ben oltre il secondo millennio la società in tutte le sue angolazioni. Dalla psichiatria alla percezione dello straniero, e infine ancora alla sessualità, che si estende a tutte quelle forme di diversità fisiche, psicologiche e persino del colore della pelle. È il segno di una diffusa sottocultura che si ostina a non riconoscere le legittime scelte dell’individuo perfino quelle fatte dalle persone che ci sono più care. Una forma di intolleranza che tracima in forme assolute di violenza verso tutto ciò che appare diverso e che esita in una incontrollabile paura. Paura di non essere come vorremmo o desideriamo essere, ossia consumatori felici, eterosessuali, ricchi, esteticamente belli e desiderabili. Ma anche paura di non poter mai essere – o almeno considerarci – potenti e irresistibili, ossia onnipotenti. Nessuno realizza che ciò ci porta inevitabilmente ad essere soggetti a cadute rovinose e molto, molto dolorose quando prendiamo coscienza dei difetti di cui siamo portatori, in quanto uomini e donne perfettibili, inseriti in percorsi di convivenza e di tolleranza. Sentimenti da tener sempre a mente se una comunità vuole progredire in armonia con il resto dell’umanità. Ma in questo desolante scenario di una umanità sull’orlo di una crisi di sopravvivenza accadono anche eventi che restituiscono ottimismo e fiducia a tutti noi. Quanti hanno riflettuto sulla rivoluzione del popolo della Bielorussia contro il presidente eletto Alexander Lukashenko? Una rivoluzione tinta di rosa. Sono infatti prevalentemente le donne quelle che manifestano da molte settimane nelle strade di quel paese contro una elezione truffa, l’ennesima di quel presidente-dittatore che, forte del potente esercito della vicina Russia e dell’appoggio personale del presidente Putin che, con i suoi agenti presenti o infiltrati sul territorio bielorusso, minaccia, sequestra e fa scomparire nel nulla le coraggiose leader dell’opposizione interna. E quindi noi, nella pacifica Europa, osserviamo distrattamente e spesso senza provare sdegno o repulsione, le donne bielorusse che scendono regolarmente in piazza affrontando con coraggio, determinazione ed imprevedibile forza, la polizia di stato ed i violenti squadroni incappucciati della morte. Un potere che non rispetta i suoi cittadini e che aggredisce con tale brutalità le proprie donne è un potere senza futuro o senza speranza, che fa prevalere gli aspetti più rozzi e primordiali della propria inciviltà. Queste donne senza paura, generose e di tale forza vitale meriterebbero il totale appoggio della civilissima Europa e delle grandi aggregazioni dei Paesi democratici nel mondo, dall’ONU al Tribunale dei diritti, hanno invece trovato una solidarietà scarna e poco determinata. Prevalgono ancora una volta miserabili interessi politici e commerciali della comunità mondiale e una grande difficoltà a decidere e far applicare sanzioni vere e durissime anche a discapito di qualche interesse commerciale, senza illudersi che per quanto grande possa essere l’interesse economico da salvaguardare non potrà mai portare benefici tali da giustificare il tradimento dei principi più sacri e inalienabili. Si alimenta con tali comportamenti un mondo di egoismi e indifferenza, si va verso la catastrofe e non si riuscirà mai a realizzare i sogni di quei popoli che combattono per la democrazia e di intere generazioni che sognano più libertà. I pregiudizi della famiglia di Maria Paola contro la figlia e contro il suo compagno di vita Ciro, come la violenza di Lukashenko contro il suo popolo, sembrano situazioni tanto diverse, ma in realtà sono le facce della stessa medaglia. Hanno in comune il concetto di libertà, il bisogno di una figlia di manifestare i suoi legittimi sentimenti o di un popolo intero di costruire e vivere la sua democrazia.

*psichiatra e pubblicista

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