Salernitana, un carro di vinti: ambizioni anestetizzate e poco altro

Le ultime vicende spostano l’attenzione dal rettangolo di gioco. Inevitabile scoramento della tifoseria

di Matteo Maiorano

Daspo, accrediti, fantamercato. Questa primissima parte di stagione ha lasciato diverse indicazioni di scoramento. Segnali tangibili di frattura che, in un modo o nell’altro, hanno acuito lo strappo tra la proprietà e una larga parte della tifoseria, ormai stanca degli slogan. Partiamo dal principio, perché siamo sicuri che nulla accada per caso.


Il post-partita di Salernitana Spezia ha aperto una voragine: non sono certo novanta minuti a lasciare il segno, ma la linea temporale che da ormai cinque anni pone i granata in contraddizione con il resto della categoria. Vincere, come afferma qualcuno, è possibile, certo, ma a condizione che si passi la mano. È conseguenza logica e le norme federali non lasciano adito a interpretazioni di sorta. Ventura o Castori poco cambia: le ambizioni in città non si misurano sulla base della panchina ma di leggi interne che non permettono alla Salernitana di ambire al salto di categoria: la conditio sine qua non necessaria affinché le cose cambino è risaputa e non può tornare oggetto di discussione.


I daspo, combinati ai supporters di fede granata, rei di essere entrati in una struttura chiusa al pubblico, non sono materia sulla quale vogliamo soffermare la nostra attenzione. Il lancio di palloni, per manifestare il completo dissenso nei confronti dell’operato della dirigenza, rappresenta però la più bella manifestazione ultras degli ultimi anni. Il gesto sottende alla questione per la quale Salerno, al netto di sterili comunicati, altro non è che succursale della Lazio. Siamo oltremodo certi che, anche nel caso in cui l’Arechi riaprisse, i tifosi lascerebbero amaramente vuote le gradinate, osteggiando l’operato di chi sembra più attento a dinamiche virtuali che all’allestimento di un organico in grado, finalmente, di poter gareggiare ad armi pari con le prime della classe.


Anche i motti decoubertiani (ricordiamo “L’importante non è vincere, ma partecipare”) sono inevitabilmente andati a farsi benedire e non possono più rappresentare un alibi. Per fortuna, la storia non è passibile di interpretazione e Salerno ha partecipato (e vinto) molto più di quanti pensino ai vertici.
In merito alla vicenda degli accrediti negati ai colleghi, c’è poco da discutere: è stata lesa la libertà di espressione, sacra, degli organi di stampa, che malvolentieri accettano di zittire l’io che caratterizza le penne di chi, anche prima dell’avvento di Lotito, ha trattato la materia Salernitana con amore e sano trasporto emotivo. Una vicenda che non può essere nascosta, come polvere, sotto al tappeto, sulla quale la categoria chiede le giuste attenzioni. Non si risenta la gente per bene se c’è, fortunatamente, qualcuno che non si adatta a portar le catene, direbbe De André.


Il mercato ha visto infine l’approdo in granata di Gennaro Tutino. Il partenopeo è nulla più che la ciliegina su una fetta di torta. Il resto del dolce è però riposto in frigo, al riparo da investimenti indiscreti. Siamo certi che, in altri lidi, c’è tutta una serie di svincolati che potrebbero fare al caso della Salernitana ma che, per un motivo o per un altro, restano chimere per chi si adagia nel limbo. Il carro granata è vinto in partenza: al netto di risultati sportivi che poco hanno detto negli ultimi anni, la Salernitana ha bisogno di tanto altro per poter competere con le varie Monza, Lecce, Spal ed Empoli. La qualità di un gruppo, in parte assente nel ritiro di Sarnano, non si misura in poche gare, certo. Peccato però che, da cinque anni a questa parte, la Salernitana è dovuta restare all’uscio (poco) o addirittura senza invito (spesso) in occasione dei festeggiamenti.

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