“RADICI”:Una mostra immaginifica e trasgressiva di Giorgio Della Monica

di Vito Pinto

A guardare i lavori della recente mostra di Giorgio Della Monica allestita presso il piccolo, ma suggestivo spazio del FAI a Portacatena di Salerno (2 – 30 0ttobre 2020), si pensa subito ad un colpo di testa dell’autore, preso da improvvisa follia artistica, che ha scompa- ginato gli schemi pregressi. Invece, un’attenta e più riflessiva osservazione o, se vogliamo, indagine mette in luce una “sperimentazione” di materie e colori, conclusione di un percorso maturato un po’ alla volta, giorno dopo giorno, in un’ansia d’artista che è alla ricerca di una identità, in fondo, irraggiungibile se veramente d’arte. La perfezione, il tutto scontato, il déjà vu in un artista non esiste, perché arte è so- prattutto ansia, ricerca, rinnovamento non solo di canoni (a volte sorprendentemente inversi) ma anche di intimità, concetti, espres- sioni della mente, ansie del cuore e, perché no?, emozioni dell’anima. Non a caso Virginio Quarta, raffinato artista (non solo pittore, ma anche ceramista nella bottega del maestro Salvatore Autuori a Vietri sul Mare) ha scritto, in presentazione al pieghevole, che l’attuale lavoro di Giorgio Della Monica è “immaginifico e trasgressivo”, per quella parte che lascia libertà di pensiero all’interpretazione della sensibilità del fruitore e di trasgressione a quegli schemi ai quali l’artista non può e non deve mai uniformarsi. “Un artista – sostiene giustamente Quarta – non va mai ingabbiato”. All’arte va lasciata la Libertà di espressione in tutte le sue variegate forme: scritta, dipinta, modellata, comunque creata. Libertà che è ri- cerca, conoscenza, sperimentazione, conta- minazione, utilizzo di nuovi materiali di sup- porto, come il polistirolo usato da Della Monica e sul quale il colore non è più com- plementare ad una figura, un panorama, un soggetto primario del lavoro, ma è il protago- nista assoluto del messaggio artistico che Giorgio Della Monica concretizza in una pit- tura “materica e avvolgente”, come ricorda ancora Quarta. E il colore, sontuoso, si fa avvolgente, corag- gioso, non ha ripensamenti, così come impone ogni canone ceramico, nel quale il Della Mo- nica si cimenta, anche lui, in quella bottega dell’incanto di Autuori dove la riflessione, la meditazione d’arte è d’obbligo. Un percorso iniziato qualche tempo fa, si diceva poco sopra, che in fondo è la rappresentazione di un qualcosa che l’artista si porta dentro da tempo, forse da quando ha cominciato a sentire quel particolare odore che emanano i colori ad olio, le tempere, i pastelli e le cere consumati nella stesura di un segno. Non a caso “Radici” è il titolo dato alla mostra. In fondo, se vogliamo, sono opere in piena sin- tonia di quell’animo un po’ “smargiasso” di Giorgio Della Monica, che si mostra in solarità, lontano dal concetto “della puttana smargiassa” ricordata da Alfonso Gatto nei suoi versi de- dicati al “Vicolo della Neve”, “guascone” senza inibizioni, senza schemi di sottomissione del pennello: questo si muove sulla superficie di polistirolo seguendo cromatismi geometrici, ritmi alternati (o se vogliamo altalenanti) tra linee, curve, quadri, tondi, strie a sottolineature di quel già citato andare “immaginifico e tra- sgressivo”. Così la prima impressione di ansia della pazzia, si traduce nell’emozione della riflessione, dell’interiorizzazione di un calei- doscopio di segni composti in libertà croma- tiche. Una “giostra” che, siamo certi, non smetterà di girare, almeno a breve, ma è propedeutica ad altre ansie d’arte.

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