La civiltà smart

di Alessandro Rizzo

A quanto pare è quello che ci aspetta. L’ultimo DPCM è un giro di vite sulle nostre abitudini ed ha un sapore strano, un gusto di definitivo. Non saprei come spiegarlo, ma il testo, il tenore letterale di alcune espressioni, i tanti assunti dati per scontato, sembrano abbandonare del tutto la contingenza della pandemia e rivolgersi a noi cittadini come a voler dire che ormai la situazione è questa e che dobbiamo abituarci. Insomma, il nostro futuro sarà sempre più smart, sempre più flessibile. Faccio l’avvocato da quasi vent’anni e mi ricordo quando andare in udienza era bello. Si ammiravano gli avvocati di un tempo, li si guardava, li si studiava. Non rubavamo solo il mestiere, alcuni di noi rubavano lo stile, il modo di parlare, di muoversi. Studiavamo il diritto ma ripassavamo anche Seneca se un avvocato anziano lo nominava. E c’era rispetto tra tutti, tra colleghi, ma anche tra avvocati e magistrati. Non che oggi non ci sia, ma è tutto molto diverso. E mi ricordo benissimo quando il principio dell’oralità, quello che imponeva la presenza in udienza, aveva un senso pieno perché gli faceva da contraltare il principio della contestualità della decisione. Si discuteva davanti al giudice perché il giudice concludeva l’udienza decidendo. Decidendo se concedere o meno un provvedimento cautelare, se ammettere o meno dei mezzi istruttori. Oggi invece, che in seguito allo scientifico indebolimento della Giustizia questa possibilità non esiste più, le udienze sono un florilegio di “il giudice si riserva” oppure “rinvia”. In mancanza di questa contestualità di decisione, anche l’oralità ha perso parte del suo significato. E allora ben vengano le “note di udienza telematiche”, che altro non sono che dei verbali redatti cinque giorni prima dell’udienza ed inviati al giudice telematicamente per farsi dire che sì, eravamo presenti ma virtualmente. Ma sì, in fondo a che serve andare in udienza se tanto già sappiamo che dopo l’attesa di due ore dovremo leggere sul verbale “si riserva”? Allora che si riservi pure da casa il giudice, mentre io sarò presente dalla mia comoda scrivania. Saremo più smart. Più smart per tutto, per fare udienza, per richiedere ed ottenere un certificato di residenza, per rateizzare una cartella esattoriale, per ordinare il sushi. È il futuro, miei cari, e il Covid non ha fatto altro che farcelo piombare addosso trasformandolo in un esplosivo presente. Un presente dal quale molti sono tagliati fuori, ne sono esclusi gli anziani, ne sono esclusi tutti quelli che hanno mezzi e possibilità ridotte. E questo sicuramente non è giusto. Ci vorrebbero delle vere e proprie “smart agency”, ragazzi e ragazze in grado di dare assistenza non informatica ma nell’utilizzo quotidiano dei mezzi informatici a chiunque ne abbia bisogno, dall’avvocato ottantenne all’operaio con quattro figli. E dovrebbero essere pagati dallo Stato questi ragazzi. Magari si potrebbero utilizzare i percettori del reddito di cittadinanza, i navigator o qualche altra figura che ora come ora mi rifiuto anche di riconoscere. Ma dovrebbero fornire un servizio per conto dello Stato anche perché col loro aiuto potrebbero far risparmiare tanto tempo e tanti soldi alla Pubblica Amministrazione.

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