«Un’immane sventura». Un libro tra coscienza civile e coscienza storica.

di Cinzia Forcellino

Un racconto tra passato e presente, tra interrogativi e supposizioni, tra ricostruzione storica e amore per le proprie radici. In breve potrebbe essere racchiuso in questi termini il libro ‘Un’immane sventura’ scritto a più mani e fortemente voluto da Secondo Squizzato, ex sindaco di Cetara, che racconta la tragedia dell’alluvione che nel 1910 distrusse la strada principale del paese (Corso Federici e Corso Garibaldi), ottenuta dalla copertura del torrente Cetara (completata nel giugno 1910) che non era riuscito a contenere le sue acque ingrossatesi.

«Quando nel 2010 demmo avvio alle celebrazioni per il centenario dell’alluvione, insieme al resto del comitato che avevamo costituito e che nel tempo si è allargato a nuovi membri, ci rendemmo conto che c’era molto materiale inedito da studiare. Purtroppo, però, per vari motivi, l’idea fu abbandonata, finché lo scorso anno durante la deposizione della corona alla lapide, ci rendemmo conto che molti avevano sì sentito parlare della tragedia che il nostro paese e i nostri avi avevano vissuto, ma che queste fonti erano perlopiù state ricavate dalla rete. Anche noi ci siamo avvalsi di internet per le prime ricerche, soprattutto per capire cosa gli altri conoscessero, ma poi abbiamo investigato, avvalendoci di tutti i tipi di fonte che avevamo a disposizione. Tuttavia qualcuna, come un possibile video dell’accaduto, non siamo riusciti a reperirla nonostante i tanti sforzi», ha spiegato Squizzato.

Un testo, dunque, che potrebbe essere preso d’esempio come manuale per sollecitare e solleticare la memoria, soprattutto dei più giovani, affinché nessuno dimenticasse cosa accadde a Cetara nel lontano 24 ottobre 1910. A centodieci anni dall’alluvione che colpì principalmente la parte alta del paese, spazzandone via quasi un intero corso nonché la navata della chiesa di Santa Maria di Costantinopoli e contando la morte di centoundici persone, Squizzato e tutti coloro che hanno partecipato alla stesura e alla realizzazione del libro, hanno voluto far riemergere il ricordo di quel giorno, chiedendosi fin dove era stata la natura ad aver colpito il paese e, invece, fin dove la mano dell’uomo aveva contribuito alla catastrofe.

Edito da Puracultura, il testo raccoglie gli interventi e i contributi di Leonardo Cascini e Settimio Ferlisi, di Giuseppe Di Crescenzo, Matteo Giordano, Giuseppe Liguori, Secondo Squizzato che ripercorrono i giorni precedenti all’alluvione che spezzò Cetara. Una ricostruzione e una ricerca meticolosa che si è avvalsa di contributi di vario genere: dalla carta stampata, anche straniera, che aveva subodorato la gravità della situazione, al materiale fotografico fino ai fascicoli dell’archivio comunale redatti dalla Giunta che il 26 ottobre riportavano la scritta «l’immane sventura ha colpito il nostro infelice paese, per perdite innumerevoli, di sostanza, masserizie e vite umane». Ma ancora, il ricordo delle vittime attraverso recupero di testimonianze da parte dei familiari e dei sopravvissuti, direttamente e indirettamente.

Una catastrofe che portò sul suolo cetarese gli uomini di tutte le forze armate, delle Fiamme Gialle provenienti da Cava e Vietri (e spesso poco menzionati dalle cronache del tempo), ai Carabinieri della Prefettura di Salerno, finché la notizia non arrivò ai vertici dello Stato: prima il Ministro Ettore Sacchi e poi il Re Vittorio Emanuele III giunsero a Cetara per avere una testimonianza di quanto accaduto e insignire della medaglia al valor civile, successivamente, non solo i militari, ma anche cinque cetaresi, tra cui il sindaco Pappalardo Domenico.

Certo, l’uscita del libro – che è caduta proprio nel centodecimo anniversario dell’alluvione e in piena pandemia mondiale, il che ha costretto gli autori alla presentazione telematica del libro – ha ovviamente fatto riaffiorare alla mente dei cetaresi e degli abitanti della Costiera Amalfitana quanto avessero rischiato grosso negli anni e, in particolar modo, lo scorso dicembre. Bisogna rammentare, infatti, che il 21 dicembre 2019 Cetara, e prima ancora il resto della Costiera, era stata flagellata dal maltempo. Purtroppo, però, il già fragile borgo non era riuscito a resistere alla piena delle piogge insistenti, così da far esondare il fiume Cetus e franare parte delle montagne che lo circondano. Una «tragedia scampata», come poi hanno testimoniato in seguito tutti coloro che erano accorsi sul luogo dopo aver visto i danni riportati e un ricordo diretto a quel fatidico lunedì del 24 ottobre 1910 per i più anziani che hanno rivissuto quella «paura dentro che fa tremare lo stomaco» come ricorda Squizzato nell’Introduzione al testo, facendo appello a una frase che spesso gli ripeteva la nonna, ma in stretto dialetto cetarese.

«Temo che duri troppo poco il ricordo. La preoccupazione è che ci si ricordi solo in alcuni momenti, mentre il ricordo deve essere alimentato e tramandato affinché non si rivivano certe disgrazie. È importante, dunque, che ci si ricordi di quanto sia bello, ma al contempo fragile, il nostro territorio, perché se un fiumiciattolo non si vede non significa che non esiste. C’è bisogno di perenne manutenzione e attenzione ai luoghi che ci circondano. Questo è il concetto di memoria che vorrei si comprendesse al meglio: imparare dal passato per non commettere gli stessi errori nel futuro» ha chiosato Squizzato.

Il libro, che si sviscera tra racconti e ricerche storiche e fonti visive, grazie al contributo dei professionisti che hanno approfondito – ognuno in base alle proprie competenze – determinati argomenti, ripercorre non solo quel giorno, ma stabilisce una connessione con altri eventi che hanno interessato il comune di Cetara dal 1735 al 1924, per poi direzionarsi verso l’alluvione disastrosa del 1954, che interessò Vietri sul Mare e Maiori, fino alla tragedia di Atrani del 9 settembre 2010 e l’ultimo nubifragio dello scorso dicembre abbattutosi proprio su Cetara.

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