“Atene fu distrutta dalla paura della peste, non dalla peste”

Di Daniela Pastore

Durante uno dei conflitti più violenti della storia greca- la Guerra del Peloponneso – tra le due superpotenze del V a.C., cioè tra Sparta e Atene, quest’ultima fu afflitta da una gravissima epidemia che provocò la morte di migliaia di persone. Per la prima volta ne fu consegnata ai viventi, e ai posteri, una descrizione scientifica, comprensiva dei sintomi della malattia, della sua evoluzione e del suo epilogo, generalmente funesto. L’autore di questa cronaca fu Tucidide, maestro di tutti gli storici.

«E i medici non erano capaci di combatterla, perché non la conoscevano. Infatti loro erano nella situazione di curarla per la prima volta… Fece la sua prima apparizione, a quanto si racconta, in Etiopia, oltre l’Egitto; poi dilagò anche nell’Egitto, in Libia e nella maggior parte del regno di Persia. In Atene piombò all’improvviso e i primi a subirne il contagio furono gli abitanti del Pireo…». Se noi sostituiamo il nome dei paesi allora coinvolti con quello delle nazioni vittime della moderna epidemia, capiremo il senso profondo dell’antico detto: Historia magistra vitae. Etiopia come la Cina, la Persia come l’Europa, il Pireo come l’Italia con i suoi focolai.

Tucidide, che fu in prima linea nella guerra come stratega e comandante, descrive la peste arrivata ad Atene, nel 430 a.C: i suoi abitanti, padroni del mare, si erano rinchiusi nelle Grandi Mura, pensando di stare al sicuro, dalla più potente macchina da guerra del tempo cioè l’esercito degli Spartani. Fuori loro, dentro gli Ateniesi, con provviste che trasportate sul mare, sbarcate al porto del Pireo, sarebbero giunte senza problemi lungo un corridoio di circa 20 km, ben munito dalle mura, direttamente al cuore di Atene,

centro della civiltà e della cultura. Ma il nemico, la peste, venne dal mare, ignoto ai più. Questi i sintomi ben descritti da Tucidide: starnuti, raucedine, tosse violenta, dolori allo stomaco, spesso lancinanti. Poi il morbo avanzava manifestandosi sul fisico: fuoco nel corpo, piccole piaghe e ulcere, tanto da voler bere continuamente acqua, anzi buttarsi dentro nella speranza di trovare un consolatore refrigerio. Si poteva diventare ciechi, ma anche c’era chi guariva: il prezzo era una completa amnesia, al punto da non riconoscere la propria famiglia. La solitudine dilagava, insieme alla peste.

«Ma di tutto il male la cosa più terrificante era la demoralizzazione da cui venivano presi quando si accorgevano di essere stati contagiati dal morbo ….. Ciò provocò la più vasta mortalità».

Le parole di Tucidide, da cui si evince il clima di paura del contagio e della morte nel quale vivevano gli ateniesi sono, ahimè, ancora attuali. La paura del virus ha generato una vera psicosi alimentata quotidianamente dai massmedia.

L’auspicio è che saremo capaci di affrontare la crisi in corso anche grazie a questa lezione di storia. Duemilacinquecento anni fà, come oggi, si dovette gestire l’emergenza, i bisogni economici e prevenire la disperazione ed i disordini sociali. Il grande Pericle non ci riuscì e così iniziò il declino della civiltà ateniese. Noi, speriamo che ce la caviamo.

Un pensiero su ““Atene fu distrutta dalla paura della peste, non dalla peste”

  1. La peste come ogni pandemia è segno dell’incesto. Ancora si fa fatica a riconoscere che l’espressione di ogni malattia è un linguaggio conseguente allo svolgersi delle dinamiche del sistema in cui si sviluppa. Più chiarificatrice della peste di Atene fu quella di Tebe che segnò con esattezza evidente l’instaurarsi dell’incesto come sistema di potere nella vicenda di Edipo e Giocasta. Il ripiegamento su se tesso del ciclo di generazione porta alla de-generazione. Incesto è ogni esito di vita che rimane intrappolato nell’utero caverna del pos-sesso matriarcale. Così fu nel caso degli uomini nel mito della Caverna di Platone; così fu nel mito odi Polifemo deforme e accecato da Ulisse; così fu per il deforme Minotauro confinato nell’intestino cieco del labirinto. L’utero caverna della madre sempre destina la generazione alla sconfitta con esiti di deformità, accecamento… e pandemia.
    A Tebe scoppia la peste quando fu chiaro a tutti che il re altro non era che figlio e sposo di sua madre. Ancora non è chiaro neanche oggi quanto sia importante riconoscere l’identità tra la madre Giocasta e la sua rappresentazione energetica e simbolica che è la Sfinge: donna, divinità e bestia! E’ l’inconscio della madre che guida i passi del figlio fino al parricidio ed alla sua stessa perdizione. Il figlio fallo da cui non si vuole mai separare. L’enigma della Sfinge è proprio quello di dirimere i destini dell’uomo. E’ così che si instaura la malattia degeneratrice. Edipo si acceca e a Tebe scoppia la peste. L’inconscio ricacciato indietro dalla ragione, negato dalla scienza per impedire che venga svelato il nome della madre e la sua attinenza con gli effetti degli affetti nei fatti del reale, si ripresenta inesorabile nella forma della malattia, del sintomo, della de-generazione. Finché non si capiranno i nessi causali di queste dinamiche, tutt’altro che teorici, vere fonti del reale, non ci sarà né salute né civiltà per la nostra specie. E questo nonostante che proprio il mito greco ci avesse messo sull’avviso indicando nel matricidio dei figli-eroi che lottano contro gli dei-genitori la via maestra per giungere alla dignità della Polis e del sano benessere sociale.

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