FUJENTI, un foto racconto di Salvatore Di Vilio sul pellegrinaggio al santuario della Madonna dell’Arco

di Vito Pinto

Ai piedi del Monte Somma, l’antico cratere del Vesuvio, è Sant’Anastasìa, una cittadina compresa in quella cinta di agglomerati urbani che compongono il Parco nazionale del Vesuvio. Una storia antica, quella di questo centro, parte del territorio metropolitano di Napoli, che affonda le radici in epoca romana, è citata da Cicerone, ma che molto tempo prima, all’età del bronzo, aveva visto accamparsi nel suo territorio, ricco di animali di grossa taglia, tribù nomadi di cacciatori. Come in tutte le contrade d’Italia, anche in questa piana vesuviana le vicende storiche, lungo i secoli, sono legate alle varie dinastie regnanti napoletane. Ma il lunedì in albis del 1450 S. Anastasìa balza agli onori della cronaca quando un giovane, poco religioso, scaglia bestemmiando la palla “punitiva” contro l’effigie della Madonna col Bambino presente in un tempietto devozionale sul luogo dove stavano disputando una partita. La palla colpisce il volto della Vergine che comincia a sanguinare: un segno rotondo, livido, che ancora resiste, dopo secoli, su quella icona intorno alla quale si è costruito un tempio e si è sviluppato un culto fatto di devozione, di fede, rappresentato dalle numerose tavolette di ex voto presenti nell’annesso convento, e di tradizioni, che a volte affondano le origini in quelle di un paganesimo di cui è pregna, ancora oggi, la cultura meridionale. Ma è quel paganesimo dei gesti mescolato al misticismo dell’essere a rappresentare l’autentica essenza di un popolo, della sua cultura, di una civiltà che, in fondo, conserva ancora i caratteri di un qualcosa che sa di autentico. Riti che sono cadenzati su ritmi di devozione antica, che si svolgono per la strada e pertanto fuori da ogni pur comprensibile regola religiosa. Così da quel lunedì in Albis del 1450 ogni anno schiere di fedeli, divenute sempre più numerose di anno in anno, si muovono da ogni paese della Campania e si riversano per le strade di Sant’Anastasìa per giungere al Santuario della Madonna dell’Arco, a testimoniare la propria devozione, a impetrare una grazia, a sciogliere un voto a grazia ricevuta.

Sono vere e proprie associazioni di uomini, donne, bambini tenuti per mano o a cavalcioni sulle spalle dei padri, che giungono al santuario dopo un cammino a piedi nudi, rivestiti da una lunga casacca bianca tipo camicione di Pulcinella, e fascia azzurra di traverso sul petto. Spesso portano con loro i “toselli”, narrazioni visive che rimandano a miracoli o avvenimenti prodigiosi. È un rito che ormai si perpetua da secoli, anno dopo anno, dove la corsa finale, per cui il nome di “i fujenti”, verso l’icona inamovibile dal suo antico tempietto è il punto di arrivo di un cammino, ma anche di dolori, di sacrifici, di speranze. Scrive Gerardo Pedicini, poeta, in premessa di un suggestivo quanto emozionante volume fotografico di Salvatore Di Vilio, «È fuori dubbio che “afflizione e fertilità, teatralizzazione e musica” affondino le radici nei riti di ringraziamento a Cerere e Demetra, ma è pur vero che alcune “scene paniche” che i devoti raffigurano sono delle figure che esprimono speranza nel futuro e invocano un segno di cambiamento che solo il divino può concedere». E Maurizio Braucci, scrittore, aggiunge: «Al Sud, la religiosità popolare e i suoi fenomeni fatti di rituali ed esorcismi, persistono come eredità di un passato che qui è ancora presente».

Salvatore Di Vilio, fotografo militante come ama definirsi, da mezzo secolo è testimone attento del territorio vesuviano, documentando ciò che “passa” per consegnarlo al futuro. Così, dopo aver raccontato il Carnevale Atellano e “I giorni della canapa” in Terra di Lavoro, nel corposo volume “Fujenti” offre la visione di quello che è il pellegrinaggio del lunedì in albis al Santuario della Madonna dell’Arco, un santuario che fa “concorrenza” a quello di Pompei e a quello di Montevergine. Stefano de Matteis, antropologo, nel suo intervento in catalogo titolato “Culto rivoltato”, scrive: «Di Vilio tira fuori dal cilindro della sua macchina da presa facce e volti, vecchi e giovani… solitudini e attese, occhi segnati dal tempo che puntano e scrutano l’obiettivo». Poi aggiunge che quelle foto sono come reliquie, perché «non solo fermano il tempo, ma ci mostrano il mondo incantato dei ricordi di una vita condivisa e partecipata». In quelle immagini di pellegrinaggio, rigorosamente in suggestivo bianco/nero, Di Vilio ferma, infatti, la fatica, lo sforzo non solo del viaggio scalzo, ma, ancor più, di un anno vissuto. «È una festa di riconoscimento e delle riflessioni sui momenti della vita, sulle sofferenze e sulle insofferenze». Nell’anima di quegli uomini, donne, bambini vi è, però, la speranza di un anno migliore da affrontare, già sulla strada del ritorno. L’attimo rubato al tempo da Di Vilio e riportato nel volume, rimanda il lettore ad un tempo in cui le ritualità popolari avevano ancora le sembianze di un popolo di credenti e non di consumatori. In particolare le immagini di questo volume si riferiscono al pellegrinaggio di due anni dopo il terremoto dell’80, quando ancora persistevano le ferite di quella tragica sera novembrina, che allungherà le sue lacerazioni nei decenni a venire, con l’invadente presenza dei crolli, delle case-container, delle difficoltà per la ripresa di una vita quanto meno normale. E in quelle immagini la sofferenza intima, composta, è patente. Avanti all’immagine della Madonna dal volto offeso da una pallonata, scendono le lacrime sui volti delle donne e anche di uomini, all’apparenza duri: stille di una sofferenza inconfessata, ma anche di una fiducia senza condizioni nel divino, soprattutto in quella “Mamma di tutte le mamme”… da seicento anni.

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