Del silenzioso vuoto e della solitudine senza tempo

Un volume-documento di Pio Peruzzini e Gaetano Paraggio racconta per immagini i luoghi del terremoto dell’ottanta quarant’anni dopo

di Vito Pinto

Domenica 23 novembre 1980, ore 19,30, clima tiepido, una luna rossa, grande tiene ancora gli innamorati col naso all’insù, sognanti nonostante uno scarpone di astronauta abbia lasciato un’impronta sulla sua superfice polverosa. Una domenica come tante, poi all’improvviso la terra trema in questa parte del Sud Italia, Irpinia e territori salernitani. Una interminabile scossa di circa un minuto e mezzo ed è subito paura, intima, di quelle che non ti lasciano scampo e che ti suggeriscono di scappare. Intorno, però, tutto crolla, si alzano dense nubi di polvere, rumori sordi, boati sotterranei. In una manciata di secondi interi paesi sono coventrizzati, sotto le macerie restano migliaia di morti e di feriti, atterriti sopravvissuti vagano in luoghi stravolti. Una tragedia che svuotò paesi, animi, rapporti sociali così importanti nelle piccole comunità del sud. A distanza di quarant’anni, ognuno di quella generazione potrebbe raccontare un episodio, un ricordo personale, di un affetto perduto, di una vita distrutta. Invece tutti tacciono, nessuno ha voglia di ricordare, di parlare, soprattutto in quei paesi dove le ferite furono più profonde: ciascuno si porta dentro il fardello dei ricordi. Si fece la conta delle distruzioni materiali, ma non di quella psichica, si pensò alla ricostruzione urbana, ma ci si dimenticò della ricostruzione dell’uomo, della società, del lavoro. Dopo quarant’anni Pio Peruzzini e Gaetano Paraggio, fotografi per non morire, sono ritornati su quei luoghi del sisma, cercando «immagini che possano trasmettere il senso della bellezza, del colore, del fascino, delle cose d’arte, della religiosità diffusa e di quella umanità che esiste in questo comprensorio meraviglioso che è l’Irpinia e la provincia di Salerno» scrive Pio Peruzzini in una nota a corredo del corposo volume-documento “Del silenzio e di altri sguardi”, in circolazione in questi giorni di anniversario. Ma, i due fotografi, hanno ripreso solo un rumoroso silenzio, luoghi affollati di assenze umane, un vuoto spaziale ricco di stagnazione dell’aria, alberi che sembrano posticci, desolate distese d’erba, muri di case dove la vita è solo un murales gigantesco e la chiusa rassegnazione cui da sempre, e per storica esperienza, sono abituate le popolazioni del Sud. A guardare le immagini che Peruzzini e Paraggio, secondo un proprio angolo di visuale, hanno fermato per il tempo a venire, ci si trova di fronte ad un documento, una riflessione su cosa sono oggi quei paesi ricostruiti, forse più belli e funzionali di prima, ma privi di vivibilità. Quelli non sono più “paesi”! Amante del bello Peruzzini ha avuto l’accortezza di fotografare, ove possibile, vecchi portali recuperati e rimessi in sito, vecchi blasoni una volta in chiave di volta su archi d’ingresso, quasi a voler riprendersi una identità, ormai svanita e portata via dalle ruspe insieme a quel che restava di ciò che era stata una casa, dove erano affetti, ricordi, simboli di una vita vissuta. La sporadica, quasi casuale presenza di un uomo o una donna nelle foto di Peruzzini e di Paraggio è forse un incidente professionale con il quale, giocoforza, si vuole raccontare la presenza comunque di una comunità, che si manifesta per i panni stesi ad asciugare su qualche terrazzino o per i fiori ben curati in vasi sospesi avanti a muri di case a dominio di piazze vuote e tanto pulite da far pensare che non vi sia nessuno a frequentarle. Una tristezza, un silenzio che ormai dovrebbero essere archiviati, ma che le foto di Peruzzini e Paraggio riportano prepotentemente alla cronaca attuale. E rimandano ad altra cronaca, quella dello svuotamento di questi paesi, all’emigrazione, in cerca di quel lavoro, quaggiù sempre un po’ scarso, che non è stato considerato, ricostruito o creato insieme alle case. Eppure questa terra è generosa, potrebbe, adeguatamente attrezzata, essere fonte di guadagno, essere la miniera d’oro del futuro: per quanto la tecnologia e l’industria siano l’inevitabile ed opportuno futuro dell’uomo, questi avrà sempre bisogno del grano, della verdura, dell’olivo e della vite, dei prodotti della terra per continuare a vivere. E invece sono paesi di periodici ritorni, se mai per la festa del Santo Patrono, occasione per rivedere luoghi che ormai più non appartengono a chi vi è nato, persone care, anziane, rimaste perché qui, giocoforza, sono diventate anziane… quando non si può più cambiare.

Scrive Pio Peruzzini: «Il libro non vuole essere una critica sulla ricostruzione dei paesi del cratere del terremoto del 1980. Non perché il fotografo non debba prendere una posizione netta sulle problematiche dei nostri territori, ma perché credo sia necessario ed utile oggi, promuovere una iconografia del bello». Nobili intenzioni che si scontrano con una realtà triste dove la solitudine è padrona di casa. Così il volume diventa un documento di riflessioni, di meditazioni su ciò che si potrebbe ancora fare perché quelle ricostruzioni ridiventino paese, quei testardi residenti diventino di nuovo comunità, perché le attuali identità nulla hanno a che fare con quello che la storia aveva edificato in questi luoghi. «La spinta emotiva – scrive Gaetano Paraggio a chiosa del suo lavoro –, l’amore per la nostra terra, il nostro sud, per paesi dell’interno del nostro territorio, sono la base sulla quale si poggia tutto il mio lavoro. Non è fotografia documentaria, non sono partito per questo “viaggio” con una idea precisa sul cosa fare. Avevo in mente il come e anche il perché, ma non il cosa». Così per i due fotografi il “viaggio”, durato oltre due anni, si è fatto conoscenza, presa di coscienza di una situazione che sembra ormai tristemente cristallizzata. Eppure resta aperta la sfida più grande dopo la ricostruzione materiale: «fermare lo svuotamento umano, l’emigrazione creando nuove, autentiche occasioni di lavoro e crescita» sottolinea nel suo intervento introduttivo Rosetta D’Amelio, Presidente del Consiglio Regionale della Campania, tenendo però da conto le reali vocazioni di questi territori e non forzando su scelte che, alla lunga, producono archeologie industriali, spettri di cemento svuotati di contenuti. Per quanto si voglia guardare le immagini di Peruzzini e Paraggio con occhio rivolto al presente, non si può fare a meno di agganciare quel filo di memoria che ci riporta a quella domenica sera di quarant’anni fa. Scrive Massimo Bignardi in commento al lavoro: «Pio e Gaetano per strade diverse e con un passo diverso, attraversano il presente di quei luoghi, senza spingersi in giudizi, evitando di forzare la fotografia… l’idea è stata quella di porsi frontalmente alla realtà che vivono oggi le comunità, il loro nuovo spazio, anche se privo di quei rapporti di vicinato, organizzato da relazioni». Su tutto è il silenzio degli incolpevoli, di un territorio dove le pale eoliche sono a dominio di spazi infiniti sui quali potrebbe generarsi il futuro di questi territori, una storia nuova… perché antica.

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