Il 23 novembre di un giovane dirigente del Pci

di Andrea De Simone*

Dopo aver sistemato la famiglia in auto, nell’attuale piazzale di via Vinciprova, alle spalle di casa, raggiunsi via Francesco Manzo attraverso i binari ferroviari.

Ero da poco funzionario, con la responsabilità del partito in città.

Ci ritrovammo in tarda serata, nei pressi della federazione, con il segretario provinciale e pochi dirigenti.

Prima una telefonata tra il nostro segretario e Botteghe Oscure, poi con Antonio Bassolino ed immediati gli incarichi di lavoro ad ognuno di noi.

L’organizzazione provinciale doveva contattare segretari di sezione ed amministratori per raccogliere notizie e garantire collaborazione in ogni Comune, a prescindere da posizioni politiche.

Bisognava fare altrettanto in città.

Dopo qualche telefonata senza risposta, con altri militanti decidemmo di farci un giro per recuperare i nostri riferimenti nei quartieri.

Alcuni erano nelle piazze lontane dai palazzi, a Mariconda, a Santa Margherita, a Torrione, a Calcedonia , tra auto in sosta e già disponibili a dare una mano a chi ne aveva bisogno.

I consiglieri comunali, la mattinata immediatamente successiva ,stabilirono contatti con il Comune per collaborare agli aiuti. ”Nessun problema tra maggioranza e opposizione”, era l’indicazione di partito.

L’organizzazione del Pci ,già nella notte tra il 23 ed il 24 novembre , era pienamente operativa.

Pienamente operativa appunto, prima di tanti uffici istituzionali.

Si trattava ,da subito, di coordinare i tantissimi aiuti, di collocare le centinaia di militanti comunisti di ogni parte di Italia che erano accorsi per prestare i primi aiuti.

La nostra era una vera e propria organizzazione parallela ed autonoma, il primo punto di riferimento per l’azione di soccorso, un vero e proprio baluardo dello stato democratico che aveva mostrato falle in tanti settori.

Lo stesso Zamberletti, nel primo incontro con Enrico Berlinguer, diede atto del lavoro positivo dei militanti del Pci, “il migliore reparto” a sua disposizione gli disse.

La visita di Enrico Berlinguer è indubbiamente il ricordo più emozionante.

Mentre tutti i dirigenti provinciali si recarono con lui nei paesi del cratere, io restai a Salerno per supportare l’organizzazione della riunione di Direzione nazionale a Raito e per la Conferenza-stampa a Via Manzo.

Arrivarono dirigenti e segretari regionali del Partito da tutt’Italia.

I giornalisti già avevano battuto le dichiarazioni che Berlinguer avrebbe rilasciato nella nostra città con la quale, di fronte ai gravissimi limiti dell’azione governativa di fronte all’ immane tragedia, poneva fine alla politica di solidarietà nazionale e alla strategia del compromesso storico.

Nelle settimane successive funzionò una perfetta organizzazione coordinata con efficienza da dirigenti locali e da quelli di altre regioni.

Dopo una settimana in città, ci fu per me il primo giro tra i Comuni maggiormente colpiti per verificare il lavoro avviato. Con me c’era il compianto Tommaso Biamonte con il quale finalmente mangiai un pasto caldo a Sicignano degli Alburni, al Vecchio Scuorzo , aperto per l’occasione della visita di un parlamentare molto amato.

L’azione di solidarietà e di sostegno delle federazioni della Toscana, dell’Umbria e dell’Emilia Romagna continuò anche nei mesi successivi.

Trascorsi la primavera e l’estate del 1981 tra decine di feste dell’Unità per partecipare a dibattiti e raccogliere fondi.

Percorremmo centinaia di chilometri.

Con me il carissimo Giovanni Fortunato, allora amministratore della federazione.

Una bella persona che mi manca tanto.

*già senatore della Repubblica

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