Terremoto ’80 – “Il mio grande rimpianto? Non esser riuscito a salvare tutti per assenza di mezzi”.

di Andrea Bignardi

Una testimonianza del sisma a dir poco struggente, capace di rendere come poche altre la drammaticità del momento è quella dell’ex sindaco di Santomenna – uno dei comuni dell’epicentro, insieme a Laviano e Castelnuovo di Conza – Pietro Antonio Di Majo. L’architetto e già dirigente socialista fu primo cittadino di uno dei comuni più pesantemente colpiti dalla scossa tellurica che il 23 novembre di quarant’anni fa, alle 19.34, segnò la storia del nostro territorio regionale e dell’intero meridione d’Italia, cambiando radicalmente la vita dei cittadini di tutta la zona a cavallo tra Irpinia e Lucania, radicandosi nelle coscienze collettive come un vero e proprio spartiacque tra due epoche fatto di morte e distruzione.

Di Majo, lei è uno dei pochi amministratori locali dell’epoca ancora viventi, ad aver vissuto per intero il dramma del sisma dell’80: che ricordo ha di quell’esperienza?

“Il cratere del sisma fu tra Laviano, Santomenna e Castelnuovo di Conza. Ero sindaco del mio comune di origine fin dal 1959. Sono architetto, al tempo ero iscritto al Psi, ed ogni fine settimana raggiungevo Santomenna con la mia Topolino dal mio studio di Roma dove esercitavo la professione. Per certi versi il terremoto mise a repentaglio tutto ciò che avevo faticosamente costruito nel ventennio precedente”.

Le piccole realtà di provincia ubicate tra Lucania e Campania versavano infatti già in condizioni economiche e sociali molto precarie..

“Santomenna era un paese molto povero, la nostra gente era già di base sottoposta a continue e meschine angherie. Quando divenni sindaco era privo di qualsiasi infrastruttura, non c’erano fognature ed acqua corrente. Durante le mie consiliature nonostante la scarsità di risorse e con grande fatica, anche grazie all’appoggio del Psi cui appartenevo, eravamo riusciti a mettere il paese in migliori condizioni infrastrutturali. La mia fu, già negli anni ’50, una vera e propria opera di ricostruzione, o meglio di realizzazione delle infrastrutture e di creazione delle condizioni minime di vivibilità del paese. Tutte quelle conquiste furono seriamente messe in discussione con il terremoto”.

Veniamo alla scossa: cosa ricorda delle 19.34 di quella surreale domenica sera di novembre di quarant’anni fa?

“Inizierei col dire che sono vivo per miracolo. Quella sera non mi trovavo a Santomenna con la mia famiglia per un puro caso, altrimenti saremmo morti certamente tutti, siccome la mia casa fu completamente rasa al suolo. Mi trovavo a Cava de’Tirreni, dove mi ero trasferito da poco, nel mese di ottobre 1980. Quando ci fu la scossa cercai di capire in che direzione il terremoto avesse colpito, perchè nonostante fosse difficilmente comprensibile capire l’epicentro avevo il sospetto che qualcosa fosse accaduto nelle mie zone. Telefonai a Napoli a mio padre e mi disse che in base alle notizie in suo possesso non c’erano stati danni estremamente gravi”.

In un primo momento si sentì tranquillo quindi. Quando capì invece che la situazione era in realtà, letteralmente precipitata?

“Cercai di contattare i carabinieri di Laviano e non rispondevano, qualche altro utente di Laviano e non mi rispondeva. Prima di andare via misi mia moglie a dormire con i miei figli in auto e scappai a Santomenna. All’incrocio tra la Strada statale e quella interpoderale che avevo realizzato durante gli anni precedenti, per salire a Santomenna, trovai dei falò accesi. Era una notte con una luna splendida che illuminava a giorno la scena della tragedia, e questo rendeva la scena ancora più drammatica. Un mio consigliere comunale mi abbracciò chiedendomi di non guardare giù perchè c’erano morte e distruzione. Io però non mi persi d’animo e provai a raggiungere un mio amico e la moglie: seppi da un altro amico che erano rimasti sepolti dalle macerie”.

Nonostante il quadro drammatico della situazione decise comunque di avventurarsi tra le macerie del suo paese che era stato praticamente raso al suolo?

“Cercai in ogni caso di aggirare il crollo che aveva di fatto reso impossibile l’accesso al paese, la mia casa era crollata insieme a tanti altri edifici sottostanti, uccidendo perfino dei bambini. Entrai nella zona circostante il mio fabbricato da un uliveto scavalcando dei muri, in piena notte, a rendere ancor di più l’idea di quanto fosse pericoloso anche per la mia incolumità il gesto che stessi compiendo: dalla parte interna del paese sentii gente che gridava aiuto, e questa cosa mi sconvolse al punto tale che scoppiai a piangere. Mi sentivo impotente. Era quasi l’una di notte, e davanti al nostro scoramento ci fu un altra scossa di assestamento terribile che mi catapultò a terra, allargai le braccia come per difendermi nel caso in cui si fosse riaperto il terreno. Ritornai alla macchina, caricai una donna ferita e la accompagnai ad Oliveto Citra, dove già da qualche anno c’era l’ospedale”.

Dopo, rientrò a casa?

“No. Restai due notti e due giorni senza dormire, nè tantomeno mangiare nulla anche perchè la tensione era alle stelle, tale da cancellare la fame e la sete. Mi rimisi in macchina e scesi verso Salerno, imboccai lo svincolo di Campagna ed andrai verso il Quadrivio, dove abitava Gennaro Rizzo, consigliere regionale socialista. Mi fermai lì, svegliandolo perchè era ormai piena notte. Lo avvertii del fatto che il terremoto aveva distrutto tutti i paesi limitrofi e che non erano arrivati ancora i soccorsi nonostante fossero passate ormai sei ore dalla scossa. Gli chiesi di avvertire anche il presidente della Regione (il democristiano Emilio De Feo, ndr). Mi recai a Salerno e trovai la prefettura chiusa. Mi fermai di sotto, chiesi del commissario capo e mentre chiedevo si avvicinarono delle persone che – mi resi conto soltanto dopo – erano giornalisti della Rai: raccontai la distruzione che avevo visto pochi minuti prima, e il mio appello arrivò con la messa in onda da parte della Rai di Napoli in tutta Europa. Non mi ero nemmeno reso conto che la mia voce fosse stata registrata, eppure molti emigranti proprio grazie a quell’appello scesero in paese, e mi diederno una grande mano nell’immane compito di recuperare delle salme, oltre che nel salvataggio di chi era sopravvissuto sotto le macerie”.

Cosa accadde l’indomani, con le prime luci dell’alba?

“Il lunedì mattina mi rifermai all’ospedale di Oliveto e rintracciai un reparto di alcune giovani reclute, chiesi che attrezzature avessero. Ci assegnarono quindici soldati: consigliai loro di non scendere in paese prima delle prime luci dell’alba siccome lo sciame sismico aveva provocato comunque dei crolli. Fu un consiglio molto utile, come poi anche il loro comandante ebbe modo di riconoscere. Il lunedì mattina alle prime luci dell’alba salvai una coppia che aveva perso i suoi figli, e intravidi un ciuffo di capelli che fuoriusciva dalle macerie: era quello di un ragazzo che riuscii personalmente a salvare”.

Come rispondeste all’esigenza di comunicare dal momento che sia la linea telefonica che la corrente elettrica erano interrotte, e non c’erano ancora i telefoni cellulari nè tantomeno Internet?

“Le linee elettriche furono ripristinate dopo cinque – sei giorni, trasmettevamo le comunicazioni grazie ai baracchini dei radioamatori. Poi fu montata, qualche giorno dopo, una sorta di linea telefonica provvisoria, volante, alla quale fu agganciato un telefono al quale io, che dormivo sotto una tenda completamente allagata, dovevo rispondere puntualmente nel cuore della notte, comunicando ai santomennesi sparsi in giro per l’Italia e per il mondo la morte dei loro cari e la distruzione delle loro case. Una cosa struggente ed inquietante”.

Nonostante i tanti e tragici decessi, molte furono anche le vite che riusciste a strappare ad un tragico ed annunciato destino.

“Salvammo una donna che aveva perso i due figli: il marito aveva ancora una trave che lo soffocava. Lei, che peraltro conoscevo già, attendeva un figlio. Furono operazioni di guerra ma le feci d’istinto, con molta tranquillità: per fortuna avevo un fisico forte ed il ghiaccio e la neve, da sciatore, non mi fecero nulla. Forse il signore mi proteggè ma ci mettemmo grande tenacia”.

Quale fu il disagio peggiore che visse in quei giorni?

“La cosa peggiore era la mancanza di alimenti, una cucina da campo militare arrivò soltanto dopo alcuni giorni dal sisma. Ci avevano portato delle scatolette con un fornellino ma io non avevo nè fame nè sonno nè sete, tale era lo stato di angoscia che mi pervadeva. La sede comunale era infatti andata distrutta e non avevamo più gli atti amministrativi, l’unico vigile urbano era scappato via. Fu determinante, da questo punto di vista, l’aiuto di mia moglie e delle mie nipoti che giunsero a Santomenna qualche giorno dopo la scossa”.

Cosa la addolora maggiormente?

“Il rimpianto di non aver salvato molte persone per l’assenza di mezzi. Due giovani ragazze, che appartenevano ad una famiglia poverissima, il martedì erano ancora vive sotto le macerie. Le rintracciammo ed eravamo convinti di poterle salvare: spirarono non appena le raggiungemmo. Fra le macerie ritrovammo tutto il loro corredo, che si erano costruite nel tempo lavorando alacremente, sperando in una vita migliore. Non essere riuscito a salvarle è un qualcosa che ancora oggi mi tormenta”.

Rispondi