di Alessandro Rizzo

Trovo a dir poco assurdo che questa mattina (3 marzo) sulle prime pagine dei quotidiani il grande protagonista sia ancora il coronavirus.

C’è un mondo che va avanti, un’Italia che deve funzionare, il virus lo si sta trattando e -udite udite- lo si sta trattando come solo un sistema sanitario statale sa fare. È mancata, l’ho scritto una settimana fa, un’azione di coordinamento accentrata in Protezione Civile, ma i nostri medici, i nostri ospedali, i nostri operatori sanitari, con coscienza, dedizione e grande acume stanno gestendo al meglio una situazione che, per quanto grave e ancora rischiosa, può essere affrontata dalla scienza con risultati eccellenti. Intanto stamattina mi sarei aspettato le prime pagine invase dalla notizia del sedicenne napoletano ucciso dal carabiniere fuori servizio.

E ai miei interrogativi, su chi assolvere, chi comprendere, chi compatire, si sono aggiunti altri interrogativi fastidiosi, pruriginosi, come ad esempio perché un fatto del genere non faccia più notizia di un coronavirus. Continuo a vedere ovunque il fallimento dello Stato, ma in questo fatto vedo anche il fallimento di una società.

Una società che si gira dall’altra parte nel migliore dei casi; ma una società che è anche in grado di promuovere una campagna mediatica di disvalore, che compie un giro strano e arriva a portare benefici, diretti o indiretti, a chi poi si atteggia a grande accusatore dei modelli negativi.

Mi riferisco specificamente a chi giudica un fatto del genere, a chi prende le distanze formalmente dalla malavita, ma non ha esitazioni a mandare in onda -e di conseguenza a far soldi- in prima serata eventi per nulla educativi e non per i contenuti violenti, ma per l’esaltazione dei modelli negativi, per la mitizzazione dei nuovi boss. Stamattina i social sono tutti un proliferare di “io sto col carabiniere” contro “io sto col ragazzino”. Io non sto con nessuno. Mi sento vuoto oggi, riesco solo a riservare umana compassione ai genitori del ragazzo per il dolore della perdita ed anche al giovane che ha sparato, che di sicuro non starà affrontando la cosa a cuor leggero. Per il resto, abbiamo fallito.

Tutti indistintamente. Se ancora succedono certe cose, abbiamo fallito. Quando abbiamo indebolito la scuola, quando abbiamo deresponsabilizzato le famiglie, finanche quando abbiamo consentito -come dicevo prima- l’abbandono di un modello cinematografico virtuoso qual è quello americano, in cui il bene trionfa sempre sul male. Sì, perché nel comportamento di certi ragazzi continuo a vedere il modello “Gomorra”, quello delle pistole puntate in faccia, degli slogan tatuati sul corpo e, soprattutto, quello della totale assenza della Polizia e dello Stato in generale. Vi invito a considerare in quante puntate di “Gomorra” (io mi sono fermato alla prima serie) si è visto un uomo in divisa. Gli interrogativi sono tanti, troppi e tutti inquietanti. Perché quel ragazzino alle 2 di notte andava in giro a fare rapine? Come possono i genitori di un ragazzo che scriveva frasi mafiose su Facebook, ucciso durante una rapina andata male, invocare “giustizia”? Ma soprattutto quale “giustizia” potrà mai esserci per una vita spezzata a 16 anni, per dei genitori che hanno perso un figlio, per un giovane di poco più di vent’anni che per tutta la vita dovrà convivere con l’azione commessa, a torto o a ragione? Cosa è davvero giusto in un mondo che va avanti così?

Il problema di fondo è tutto in un contrasto tra due elementi contrapposti che mai troveranno armonia tra loro. Da una parte quello negativo, ben descritto in un articolo de “la voce di Napoli”, quotidiano online, che oggi (3 marzo) racconta delle rapine messe a segno nel settembre 2013 dal papà della vittima, una in Via Ripamonti a Milano dove con la tecnica “dello specchietto” rubò un orologio da 40mila euro a un avvocato. Se questo è il modello cui si ispirava il sedicenne, allora c’è poco da aggiungere. Dall’altra parte un interrogativo: che senso ha consentire per legge ad un militare di andare in giro armato se poi lo si accusa di eccesso di difesa nel caso di uso della pistola? Peraltro, l’uso dell’arma appare ancora più comprensibile poiché vistosi minacciato insieme con la fidanzata da un ragazzo altrettanto armato di pistola (nell’agitazione del momento è ben poco importante che sia poi risultata un’arma giocattolo).

Non occorre esprimere giudizi o invocare pene. Occorre immaginare una trasformazione culturale che riporti tutti al senso del sacrificio; occorre un sistema Stato efficiente fin dalla fase educativa; occorre evidentemente un moto di coscienza di una società che sta trasformando tutto in show.

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