Alessia Pandolfi: «Così ho iniziato a realizzare mascherine»

di Erika Noschese

Studia fashion designer e spera di lavorare, un giorno, nel mondo della moda. Nel frattempo si sta dedicando alla realizzazione di mascherine da donare alle persone che ne hanno bisogno.

Alessia Pandolfi, 24 anni, ha così deciso di contribuire e dare un aiuto concreto in piena emergenza Coronavirus, attraverso una vera e propria chal- lenge, metodo innovativo perraggiungere quante più persone possibili ed estendere l’iniziativa su tutto il territorio provinciale.

Alessia, un’idea nata in un periodo particolarmente critico. Come nasce l’iniziativa di realizzare mascherine?

«L’idea nasce dal mio pensiero di vita, ovvero che ognuno nel suo piccolo può contribuire a dare una mano e che se questa mano da una diventa cento ancora meglio. Così la necessità di aiutare il prossimo è venuto da sé ma non sapevo bene come fare e ho semplicemente utilizzato uno dei metodi più veloci quello che ora più che mai sta spo- polando nei social le challenge. Così, ho creato una challenge a doppio scopo produttivo: aiutare le persone che avevano bisogno di mascherine che io le potevo aiutare ma allo stesso tempo, cosa più im- portante, sfidare le persone a mettersi in gioco, a nominare dopo essere state nominate a loro volta persone che proprio come me potevano aiutare concretamente. E cosi e stato: alla mia sfida hanno risposto tantissime ragazze che volevano e stanno aiutando con la pro- duzione di mascherine, da Angri, Scafati, Pompei, Pontecagnano, Sant’Eustachio, Sarno, Salerno, Roccadaspide. La forza della condivisione è arrivata oltre quello che potevo immaginare. Lo scopo finale era ottenere in zone diverse persone che potessero aiutare i propri vicini poiché obiettivamente le pos- sibilità non sono tantissime. Purtroppo non pos- seggo azienda, sono semplicemente una ragazza che vuole aiutare e dove non potevo arrivare io volevo che ci arrivasse la mano di quelle famose cento di cui parlavo prima, e cosi e stato».

Come realizzi le tue mascherine?

«Le realizzo con tutto il materiale che ho a disposizione o che trovo: tessuti presi da vecchi abiti, camicie, stoffe di cotone di Tnt, gli elastici cerco di riciclarli dalle mascherine usa e getta, le prendo nei jeans arricciati in vita, altre le ho persino ricavate dai copri divani. Molto spesso chi mi chiede un aiuto cerca anche di procurami il materiale e questo aiuta molto».

Cosa provi in questo momento di particolare crisi?

«Personalmente in questo mo- mento così difficile due sono le emozioni che prevalgono: la gra- titudine e la tristezza. Gratitudine per tutte le persone che si adope- rano nel fare del bene al pros- simo, chiedendo come ricompensa semplicemente del- l’altro materiale così da poter dare sempre di più. Tristezza verso le persone che potrebbero fare tanto ma non fanno, che pos- seggono ma non danno, e che se danno chiedono soldi in cambio. Avrei vo- luto vedere più ricchezza d’animo, non so forse è la mia giovane età che mi fa parlare, chissà però, forse e dico forse, ci sono gesti che valgono più di ogni altra cosa».

Hai già avuto richieste?

«Le richieste sono tantissime e non arrivano solo dalla mia zona per questo voglio lasciare dei nomi di persone che hanno abbracciato la mia iniziativa a Salerno: Pecoraro Adriana e Paola Valitutti sono felici di aiutare. Sono stata contatta da un signore che vive a Roma il quale mi ha chiesto due ma- scherine per la sorella invalida che vive a Salerno, zona Carmine e per l’accompagnatore socio sani- tario della sorella. Questo signore verrà a ritirare ve- nerdì le mascherine, ovviamente rispettando ogni precauzioni e norme. Addirittura mi ha contatta un centro medico che non ho potuto aiutare io perso- nalmente, però li ho messi in contatto con altre ra- gazze che realizzano, mascherine. Oggi le ultime mascherine della giornata sono state donate alle suore di via Fusandola nel centro storico».

Pensi potrebbe diventare un lavoro a tutti gli effetti?

«Studio fashion designer e spero un giorno di poter lavorare nel mondo della moda, ma questo che sto facendo ora e solo un donare un qualcosa che per me è normale fare. Progettare, realizzare, creare mi viene spontaneo quindi no, non credo potrà mai diventare un lavoro anche perché non avrebbe più senso».

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