Cadiamo a pezzi

di Alessandro Rizzo

L’Italia cade a pezzi. Il sistema infrastrutturale è lo specchio di una Nazione cadente. Lungi da me disquisire di argomenti tecnici e tremendamente delicati, sui quali a sentire gli ingegneri si ascolta tutto e il contrario di tutto. Ovviamente, mi tengo a distanza siderale anche dalle recriminazioni complottistiche riguardo l’atteggiamento dei concessionari speculatori che, in quanto imprese, guarda caso appunto speculano. In verità, mi sono anche stancato di ascoltare gli improvvisati al governo che scagliano anatemi contro tutto e tutti, pontificano dall’alto del loro “uno vale uno” e poi auspicano sui Tg nazionali l’applicazione di norme che nella migliore delle ipotesi non esistono e, nella peggiore, non esisteranno mai perché in conflitto con la Costituzione o con le direttive comunitarie.

Siamo la Nazione dei bluff. “Revocheremo le concessioni!”, ma non sanno neanche di cosa stanno parlando, in che modo sostenere una pretesa del genere, su cosa reggerla, come applicarla, sempreché i funzionari ministeriali siano disposti ad esporsi a responsabilità personali per soddisfare i proclami di politici di turno divenuti tali grazie a poche migliaia di click su una piattaforma informatica; gente che, insomma, ha solo vinto il “win for life” e crede di poter gestire una nazione.

“Allora aumenteremo la vigilanza!”. Certo, magari duplicando gli enti preposti a questo, aumentando di conseguenza i costi, sovrapponendo funzioni e creando il caos tra gli organismi dello Stato.

Intanto nessuno si accorge del circolo vizioso in cui stiamo sprofondando. Se la mia casa va a pezzi, le mie finestre fanno spifferi, avrò maggiori costi di manutenzione e maggiori consumi per riscaldarla. Se le mie strade vanno a pezzi e le mie montagne franano, lo Stato dovrà spendere fior di soldi per rimettere tutto in sesto, ma soprattutto esporrà cittadini e imprese a disagi spaventosi e pregiudizievoli. Insomma, le infrastrutture, comprese quelle 2.0, vanno fatte, rifatte e mantenute efficienti innanzi tutto per salvaguardare l’incolumità dei cittadini ma anche per far sì che i servizi siano al meglio e che l’economia giri.

Tutto questo è difficilmente auspicabile se manca una prospettiva precisa, a livello centrale, in ordine ai bisogni primari del Paese e al modo in cui si intende riavviare un processo di crescita.

La difesa del territorio, in una valutazione complessiva delle priorità, assume quindi una valenza fondamentale e non può prescindere dalla formazione, sia sociale che professionale, diretta alla valorizzazione delle tecniche di salvaguardia del suolo, ma non solo. Occorrono progettazioni impeccabili, controlli e vigilanza continui, ma soprattutto servono soldi. Soldi per realizzare e soldi per la manutenzione. Occorre poi la programmazione. Insomma, c’è un difetto di origine. Trovo inconcepibile, ad esempio, che la timida riforma Delrio che avrebbe dovuto portare all’abolizione delle Province, sia rimasta un ibrido liquidatorio di un Ente che aveva ed ha tra i suoi compiti principali proprio la manutenzione della maggior parte delle strade e la difesa del suolo.

L’Italia è un Paese complesso, lungo, molto lungo e decisamente vario quanto alla conformazione geografica. Dal mare, anzi dai mari ai monti, Appennini e Alpi, la nostra geomorfologia presenta migliaia di peculiarità. In questa smisurata varietà ciò che a me sembra inaccettabile è che i difetti dell’uomo siano sempre gli stessi.

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