Cutolo, l’assurda e surreale ‘confusione’ tra il bene e il male

di Nicola Arpaia

Il giorno dopo la morte di Raffaele Cutolo il circo mediatico attivo sui social network sta ancora una volta offrendo il servizio peggiore che potesse dare. È in atto una sovraesposizione per meri scopi economici di un personaggio terribile, un cancro della società civile, che a cavallo degli anni 70 e 80 ha fatto scorrere fiumi di sangue per le strade di Napoli e del suo hinterland. Una sorta di dittatore dell’antistato che attraverso la sua sete di potere è riuscito ad avere un ruolo, che non avrebbe mai dovuto avere, nella storia d’Italia. Non è azzardato paragonarlo ai più grandi sanguinari della storia dell’umanità. Ma questo non deve essere visto come un modo per elevare e mitizzare un criminale, ma anzi serve a sottolineare la sua totale negatività. Su questa linea di pensiero devono essere viste anche le produzioni artistiche ispirate alla figura di Cutolo. Il film “Il Camorrista” con la regia di Giuseppe Tornatore e le musiche di Nicola Piovani, non è una pellicola fatta per esaltare il personaggio ma anzi è indirizzata a smitizzare quel mondo criminale. Così come il brano “Don Raffaè” di Fabrizio De Andrè, fu volto a denunciare la situazione critica delle carceri italiane negli anni ottanta e la sottomissione dello Stato al potere della criminalità organizzata. Ed è quanto mai importante sottolineare questi aspetti, soprattutto in queste circostanze particolari, perché c’è una sottocultura dilagante, che oramai non riesce a fare distinzione tra il bene e il male. Purtroppo, ancora una volta è venuto meno il ruolo d’informazione del giornalismo. Perché al di là della notizia del decesso, iniziare una massiccia pubblicazione di articoli dove si passa a setaccio la vita privata in ogni suo aspetto, sottolineare che non ha mai voluto collaborare con la giustizia o che è stato un interlocutore dei servizi segreti negli anni del terrorismo politico, non serve a nulla. Se non a mitizzare un criminale che invece dovrebbe solo essere preso come un modello che la società civile non può permettere che si riproponga con un altro nome e cognome. Per sottolineare l’animo e l’intento di questo articolo, Raffaele Cutolo non aveva nessun titolo per essere chiamato “O’Professor” o “Professore Vesuviano“. Aveva una semplice licenza di quinta elementare e all’epoca della sua adolescenza faceva il contadino.

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