Dalla C1 alla tragedia: Cava de’ Tirreni 14 anni fa diceva addio a Catello Mari

di Adriano Rescigno

“Sei”. Un numero, una parola, tre lettere, impresse nelle anime di Cava de’ Tirreni con lacrime e fuoco. Quattordici anni fa la città metelliana diceva addio al suo “sei”: Catello Mari. Un numero, una parola, tre lettere che corrispondono indelebilmente ad un “calciatore, amico e fratello” che non verrà mai dimenticato.

– Sabato 15 aprile 2006: Cavese – Sassuolo 2 a 1. (Schetter e Aquino in gol per i metelliani). La squadra allenata da Salvatore Campilongo dopo 20 lunghi agognati anni conquista la serie C1 e tutti, ma proprio tutti, si riversano in strada con la sciarpa al collo e la bandiera in mano ad urlare la propria gioia. Qualcuno fa anche il bagno nella fontana di piazza Duomo. Una marea umana invade le strade, il giorno dopo sarebbe stata Pasqua, doppia festa, doppia gioia, un week-end da raccontare a figli e nipoti e negli spogliatoi impazza la festa. Che però dura poco. Troppo poco.

– Domenica 16 aprile 2006: L’incredulità prima e la disperazione poi. Un popolo senza la sua bandiera. Catello Mari, 27 anni, difensore imponente che gestiva da vero leader la retroguardia degli aquilotti, stacca da terra per l’ultima volta e il volo non si ferma. Giocherà per sempre nei cuori di quanti coloro la Cavese la vivono, la masticano, ci litigano ma poi alla fine sempre riempiono quelle gradinate sud che oggi portano il nome del “Leone”. Un finale amaro, uno schianto a due passi da casa, all’imbocco dello svincolo autostradale di Castellammare di Stabia, nella notte tra il 15 ed il 16 aprile. Un finale amaro, un boccone troppo duro da mandare giù, ma giù, a Castellammare, scesero in tanti. Da ogni parte d’Italia perché Catello Mari non era solo un calciatore, era un uomo, di parola e di valore. Era un leader ed i funerali di due giorni dopo lo dimostrarono: la capacità innata di unire e compattare riecheggió anche senza voce ponendo fine ad una rivalità dura tra tifoserie. Dove il campo non parla parlano gli uomini e sotto il segno del “Leone”, la Cava de’ Tirreni, calcistica e non continua a camminare sotto lo sguardo vigile e fiero di chi col braccio alzato sapeva infiammare ogni singola cellula di ogni singolo tifoso che aveva netta la separazione tra “uomini” e “bambini”. Catello Mari, per sempre, iconico sotto la curva dopo il gol nel derby contro la Nocerina. Il sogno di ogni bambino… che dopo la festa, diventò l’incubo di ogni adulto, con lacrime da asciugare ed una bara su cui piangere.

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