Eroi? Siamo solo responsabili

di Roberta Naddei

1200 gli episodi di violenza contro il personale sanitario denunciati nel 2019. Sicuramente molti di più quelli non denunciati. Insulti, minacce, sputi, calci, pugni, petardi. Chissà come andranno le cose nell’anno del coronavirus. Da pediatra e dottoranda di ricerca, non sono impegnata in prima linea nella lotta al coronavirus, ma raccolgo le testimonianze dei colleghi “al fronte” e sono sicura di interpretare, con le parole che seguono, il sentire di tanti di loro chiamati a combattere contro questo “nemico invisibile”. In questi giorni siamo definiti eroi, veniamo costantemente ringraziati per la nostra abnegazione ed il nostro senso di responsabilità. Responsabilità. Quando penso alla mia professione, è proprio questa la prima parola che mi viene in mente. Chi sceglie di fare questo mestiere sa che si troverà di fronte a scelte cliniche e terapeutiche in grado di modificare il decorso clinico di un paziente e, quindi, la sua vita. Sa che avrà la grandissima responsabilità di decidere cosa sia meglio per un paziente. A volte dovrà farlo anche in tempi rapidissimi. Ci aiutano le linee guida, i protocolli, le raccomandazioni. Ma spesso le situazioni cliniche non sono quelle chiaramente dipinte dalle linee guida. La scelta si fa più difficile, il rischio di errore aumenta. Tanto più la struttura dove lavori è carente, tanto più il personale scarseggia, tanto più i dirigenti sono “nominati” non per la loro bravura ma per i loro agganci politici e quindi poco lungimiranti nel migliorare la qualità dell’assistenza, tanto maggiore è la probabilità di sbagliare. Ecco, aver scelto questo difficile ma bellissimo lavoro, sapendo però che un tuo errore, seppur piccolo, può creare un danno ad un’altra persona, è una scelta di grande responsabilità. Oggi chi si è reso responsabile di una delle tante aggressioni al personale sanitario potrebbe finire in un letto di ospedale con la sensazione di non riuscire a respirare. Ad assisterlo, a somministrare la giusta terapia, a dargli il corretto supporto respiratorio, a metterlo in contatto con i propri familiari, a stringergli la mano, ci potrebbe essere lo stesso medico o lo stesso infermiere a cui aveva tirato pugni e calci qualche mese fa, che a fine turno non tornerà neanche a casa per paura di infettare i figli, il coniuge, i genitori. Ma non perché quel medico o quell’infermiere siano degli eroi; semplicemente perché amano il loro mestiere e lo svolgono, sempre e comunque, con grande responsabilità.

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