Filiera produttiva della mozzarella a rischio, Sergio Carrozza lancia l’allarme

di Andrea Bignardi

Non si arresta l’allarme per la filiera produttiva della mozzarella di bufala campana Dop. Un’emergenza, quella che riguarda l’oro bianco, balzata agli occhi della cronaca con la lettera firmata dal presidente del consorzio di tutela Domenico Raimondo ed indirizzata al governatore De Luca, che evidenziava la perdita di fatturato del comparto.

Problematica cruciale è rappresentata dall’esubero di latte, che in questo periodo, a causa di un calo generalizzato degli ordinativi da parte della clientela, soprattutto quella legata al mondo della ristorazione, non è trasformabile in prodotti caseari. Anche la vendita diretta, business di punta per alcune realtà del territorio che hanno puntato a trasformare le proprie aziende veri e propri poli attrattori, risente di un netto calo a causa delle limitazioni agli spostamenti. Un duro stress test per il marketing dei caseifici della Piana del Sele, come testimonia Sergio Carrozza, direttore vendite del caseificio Bufalat di Matinella di Albanella.

Sergio Carrozza

Carrozza, quando è iniziata la contrazione delle vendite?

«Già a fine febbraio abbiamo avuto le prime avvisaglie del calo, quando i ristoranti hanno iniziato a ridurre gli ordinativi. Con l’annuncio della pandemia e successivamente con i decreti che hanno chiuso i locali, l’Ho.Re.Ca. (Hotel, Restaurant e Catering), ha avuto una battuta di arresto delle vendite di del 100%, mentre ha tenuto tutto sommato banco la Gdo (grande distribuzione organizzata). Prodotti freschi o superfreschi come la mozzarella, però, non vengono acquistaticon la stessa continuità rispetto al passato».

L’entità delle perdite è stata uniforme per tutti gli operatori del settore nella Piana del Sele?

«Ovviamente a seconda del business prevalente, le perdite sono state di diversa entità, ma sono pesanti per tutti i caseifici. I canali di vendita della mozzarella sono infatti essenzialmente tre: quello della grande distribuzione organizzata, che rappresenta tendenzialmente il primo cliente, il secondo è l’Ho.re.ca, poi la piccola fascia legata ai punti vendita propri che, tranne in alcune rare ccezioni, non rappresenta il core business delle aziende di trasformazione del latte di bufala».

E oggi, dopo le restrizioni, quali sono stati i riscontri per quanto riguarda la vendita diretta?

«Oggi i caseifici che annoverano tra i propri clienti realtà della distribuzioneorganizzata ancora riescono a reggere l’urto, non si vende nulla al settore dell’Horeca e poco quanto niente nei punti vendita diretti. In questo ultimo caso la vendita si è molto ridotta in quanto si vende solo a pochi “indigeni” per via delle limitazioni agli spostamenti».

Il vero problema riguarda il latte in esubero.

«Finora – citando quanto richiesto dal presidente del consorzio Raimondo al governatore De Luca – abbiamo cercato di arginare la crisi con forte senso di responsabilità, conservando il latte di bufala in magazzini di congelamento. Purtroppo anche la capienza dei siti di stoccaggio si sta esaurendo. Nel giro di pochi giorni gli operatori del settore non sapranno più dove e come utilizzare la preziosa materia prima. Il mancato ritiro e utilizzo del latte potrebbe riportare il comparto a scenari che già sisono verificati nel decennio passato, con ricadute sociali ed economiche drammatiche».

Rimane evidente che il comparto da solo, senza l’intervento delle istituzioni con dei provvedimenti ad hoc, non riuscirà a reggere..

«E per i piccoli caseifici che non sono iscritti al consorzio di tutela la situazione è ancora peggiore. La maggior parte di essi si rivolge ad un pubblico locale che può circolare solo nel proprio comune di residenza».

Cosa consiglierebbe ai consumatori, volendo invitare loro a dare un contributo in un momento di grave crisi?

«I danni sono già adesso notevoli ed il protrarsi della pandemia non farà altro che aggravarli. Inviterei loro a consumare prodotti agroalimentari made in Italy, soprattutto se freschi o super freschi».

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