Identità, gioco e gruppo: le chiavi granata di Ventura

di Matteo Maiorano - Se a gennaio nuovo campionato doveva essere, nuovo campionato, è stato. Lo aveva dichiarato spesso mister Ventura, uno che, quando lavora a contatto con i giovani, riesce sempre a fare bene. E Salerno, in questo momento storico caratterizzato da contraddizioni dilaganti, rappresentava una prova del nove altamente stimolante. Non tanto per i risultati, ma per recuperare quell'immagine troppo volte bistrattata dai media nell'anno delle qualificazioni mondiali, quando l'Italia pativa ancora le scorie di un progetto a livello nazionale che metteva i giovani azzurri ai margini delle prime squadre, nonché una rosa dove militavano pochi innesti di esperienza internazionale. Salerno era un test probante, una piazza troppo importante per il suo rilancio. Lo sa bene Walter Zenga, che al suo esordio al Vestuti uscì in lacrime salvo poi diventare icona della Milano nerazzurra e della Nazionale. Ventura aveva l'obbligo di dare certezze ad un gruppo tra i più giovani della cadetteria, provare a dar loro un'identità di squadre mai realmente avuta nei quattro anni precedenti. Tante le delusioni soprattutto da quei calciatori arrivati da Roma. Primo tra tutti nella lista Strakosha, che bagnò il suo esordio all'Arechi con un errore nel derby contro l'Avellino. Lo stesso che fu costretto ad una staffetta con Terracciano, salvo poi scalare nelle gerarchie di Menichini. Sorte simile per Felipe Marchi, il quale, dopo il gol nel derby contro il Benevento, arretrò tra le scelte di Sannino per poi volare nella Capitale. Minala, arrivato dopo la positiva parentesi a Bari, ha legato la sua figura al gol del Partenio, salvo poi cadere nell'anonimato. Al ritorno in granata nel gennaio dello scorso anno, rischiò di compromettere il delicato spareggio play-out di Venezia, con un'espulsione che poteva costare cara al gruppo granata. Non andò meglio a Djavan ed Andrè Anderson, pedine all'occorrenza utili ma mai davvero decisive nello scacchiere di Gregucci, che li utilizzò in diverse posizioni del campo. C'è poi la meteora Alessandro Rossi, che salutò il pubblico dell'Arechi con un gol d'antologia nel pirotecnico 2-2 tra Salernitana e Bari. Fu doppietta, ma le marcature, insieme a quella contro l'Entella, non gli garantirono la gloria. Non andò meglio a Simone Palombi: bomber a Terni, a Salerno la punta di Tivoli restò con le polveri bagnate. Spazio poi a Thiago Casasola. Il terzino, autentica freccia nell'arco di Colantuono nel girone d'andata, si spense con il passare delle settimane per poi toccare il punto più basso con la plateale diatriba con la torcida granata nel post di un infuocato Salernitana Cosenza. Le premesse non erano di certo le migliori per Ventura. Perché, se la piazza è esigente, è anche perché passa dalle delusioni di un quadriennio tutt'altro che esaltante. I nuovi arrivi sponda Lazio, Karo, Lombardi e Kiyine, hanno inevitabilmente invertito la rotta. Il cipriota ha potuto costruire la propria identità al fianco della chioccia Jaroszynski: l'ex Chievo ha dato un peso specifico forte alla retroguardia di Ventura, garantendo prestazioni di grande solidità. Dalle quali Karo è certamente uscito galvanizzato e maturo. Kiyine, che a Salerno aveva giocato nel campionato 2017-2018, ha altalenato giocate d'alta scuola con individualità troppo marcate, alle quali sono conseguite tirate d'orecchie nei spogliatoi di Ventura. Ma nei momenti decisivi ha fatto valere la sua tecnica. E poi c'è Lombardi: è lui l'autentica rivelazione di questo campionato. La superiorità numerica in fase d'attacco, la fase di non possesso in pressing alto, la frequenza con cui va a rete sia in casa che in trasferta (valore da tenere in considerazione in ottica play-off) fanno di lui il simbolo della rinascita granata dopo l'oblio dello scorso anno. Ventura ha dato identità non solo al vivaio biancoceleste, ma a tutta una rosa (Djuric al suo miglior anno per rendimento sotto porta, un Akpa Akpro devastante palla al piede dopo gli infortuni delle ultime stagioni) che veniva dalle macerie. La prima prova del nove superata dopo cinque anni cadetti, quella maturità conseguita contro il Cosenza, dev'essere un punto di partenza. Perché se il mister non guarda la classifica, la piazza lo fa. E ora più che mai ha bisogno di tornare a sognare.

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