Il Coronavirus doma il dragone

di Pippo Della Corte

Sino a pochi mesi fa in Italia c’era molta euforia per aver sottoscritto con la Cina un protocollo d’intesa noto come Via della Seta. Accordo portato avanti dal Dragone anche con altri Paesi europei.

La forza economica, l’enorme disponibilità di liquidità, la costante crescita hanno spinto molti governi a guardare con interesse a politiche di partenariato più strette con l’enorme Paese asiatico che, senza farne mistero, ha da sempre manifestato la volontà di espandersi oltre i propri confini essendo anche un importante mercato di sbocco per i prodotti fabbricati nel Vecchio Continente: fatto paradossale per una realtà che vive ancora una stagione totalitaria comunista.

Una scelta precisa in una direzione utile a garantire sempre maggiore penetrazione nelle economie di altri Stati, lontani migliaia di chilometri. Insomma non più solo ristoranti, negozi e centri massaggi ma grandi opere capaci di incidere in maniera evidente nel tessuto produttivo e industriale: porti, aeroporti, ferrovie, telecomunicazioni.

Un nuovo interesse espansionistico che, a quanto sembra, è stato ben visto e ben accolto da molti.

L’Africa, per esempio, già da almeno un decennio ha deciso di aprire le proprie porte al denaro della Cina avendo la prima bisogno di investimenti in infrastrutture e la seconda di risorse naturali. Una presenza costante che da qui a un ventennio modificherà molte realtà africane. Sin qui il volto positivo della globalizzazione che come è noto rende le relazioni interconnesse e intrecciate talvolta in maniera perversa. Come spesso capita durante i tragitti emergono, però, imprevisti capaci di modificare l’intinerario intrapreso.

L’esplosione del Coronavirus ha, infatti, creato una frattura momentanea tra la potenza asiatica e il resto del mondo. L’epidemia ha in poco tempo cambiato i rapporti con la Cina che proprio a causa del temibile virus ha drasticamente ridotto la propria produzione industriale con conseguenti cali di richieste di petrolio. Lo sanno bene anche quegli industriali sparsi in giro per il mondo che avevano eletto quello cinese come lucroso mercato di sbocco per i propri beni di lusso visto che la legge dei grandi numeri racconta di un ricchezza in crescita capace di suscitare l’interesse del settore informatico, auomobilistico e dell’alta moda.

Insomma, un brusco risveglio anche per chi aveva dato per scontata la continuità fruttuosa di accordi con un Paese capace di fornire tanti beni a basso costo garantendo guadagni per tutti i soggetti della filiera distributiva italiana e europea.

E’ bastato un mese o poco più per riscrivere una pagina economica con risvolti in divenire e che certamente lasceranno un segno sul cammino dell’economia mondiale. Una situazione molto delicata che se dovesse protrarsi potrebbe innescare concreti ripensamenti circa la reale forza propulsiva del colosso con gli occhi a mandorla che sta manifestando evidenti segni di debolezza portatori di una modificazione delle relazioni commerciali. Il Coronavirus si sta rivelando arma letale non solo sanitaria, ma anche e forse ancor più economica.

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