Il virus dell’ignoranza

di Alessandro RIZZO

Sono appena rientrato da New York, viaggio di piacere, e devo dire che prima ancora di aver letto i dati effettivi sul contagio del coronavirus, all’arrivo negli Stati Uniti ho notato subito un inquietante allarmismo. In aero- porto molti con le mascherine.

Molti no, devo dire, anche tra i poliziotti di frontiera, ma le misure di salva- guardia erano tangibili. Code separate per i passeggeri provenienti dalla Cina, un insolito ingolfamento tra i passeggeri in arrivo, una fila che questa volta invece di cominciare a ridosso dei posti di controllo (dopo le scale per chi conosce il JFK), iniziava ben prima delle scale, nei corridoi che provengono dai finger.

La maggior parte delle persone con la mascherina erano proprio i cinesi sicché mi sono molto incuriosito: se vengono diffusamente indicati come i probabili portatori del virus, perché hanno paura di infettarsi?

Mi chiedevo. La mia curiosità, come sempre, è stata incontenibile sicché alla prima occasione utile è scattata la domanda: why are you wearing a mask?

Le risposte mi hanno spiazzato. Ho così scoperto che molti giapponesi, che noi italiani non siamo ancora bravi a distinguere dai cinesi, indossano le mascherine che loro chiamano rittai masuku anche per nascondere un herpes sicché porre la domanda, per esempio, ad una ragazza giapponese scoprirete che vi esporrà ad un’occhiataccia fulminante.

Ma un cinese, un signore di circa 70 anni, è stato fantastico: so di non avere il virus -mi ha detto- ma la indosso ugualmente per non far preoccupare chi mi sta vicino. Mi ha poi spiegato, con fare di rassegnazione, che seppure avesse mai contratto il virus e fosse stato in luoghi sospetti o pericolosi, indosserebbe la mascherina per evitare appunto di contagiare gli altri. Ma lui la Cina non la vedeva da 22 anni e da almeno 10 tutti i suoi parenti erano emi- grati. Ma le spiegazioni sono aumentate e sono state davvero varie: l’inquinamento, l’allergia, la protezione dalle screpolature per il freddo. Ad ogni buon conto, questa sensibilità riguardo un virus che va trattato con dovuta cautela, ma che non ha fatto e non farà più vittime di quante ne faccia la banale influenza o la polmonite ogni anno in Italia, riceve la giusta e doverosa considerazione di un popolo che troppo spesso diffonde un virus peggiore anche dell’Hiv: l’ignoranza.

Le psicosi, si sa, attecchiscono bene quando il livello di scolarizzazione è me- diamente basso e già questo dovrebbe farci riflettere. Un moto di orgoglio, su, italiani! Reagiamo nel migliore dei modi fosse anche solo per dimostrare che non siamo ignoranti. E se proprio dobbiamo morire per una pandemia, almeno mo- riamo con dignità! Poi ci sono i complottisti, secondo cui la psicosi del virus l’avrebbero diffusa i “nemici dei cinesi” per causare loro un contraccolpo all’eco- nomia. State sereni, l’economia cinese ha subito sicuramente una flessione, ma diffondere la psicosi è un po’ poco per met- tere in ginocchio una tale potenza econo- mica.

La verità è che c’è un virus, proveniente dall’Asia, da una Nazione e a quanto pare da una città in particolare.

Che però quella Nazione si è attivata con tempestività ed anche che quel virus ha mietuto finora pochissime vittime, la mag- gior parte già in condizioni cliniche complicate o in età avanzata e cionondimeno il Presidente cinese Xi Jinping ha attivato misure di salvaguardia tipiche dell’allerta e credo abbia fatto benissimo, tenuto conto che la Cine è un paese sovrappopolato, in cui determinati rischi vanno stroncati con fermezza. Però questo coronavirus, benché non abbia risvegliato la solidarietà fra le persone, è stato quanto meno l’occasione che ci ha riportati a problemi molto più diffusi e forse anche più gravi. Il razzismo, per esempio.

Non necessariamente quello tra popoli, quello l’ho già li- quidato.

Ma quello che traspare nel sarcasmo di Feltri, come sempre incontinente (verbalmente s’intende), che non manca occasione per credersi simpatico, un po’ come il leader politico che lo ha creato, il cavaliere nero (riferito ovvia- mente alla tinta dei capelli -finti-).

Quella sottolineatura sulle ricercatrici e sulla (ironicamente) smentita incapacità dei meridionali avrebbe potuto evitarsela. Il virus però ci ha fatto anche ricordare che le tre ricercatrici -la cui meridionalità poco mi interessa perché sembra servire soltanto e ancora una volta ad evidenziarne le differenze rispetto a chi poi- sono invece delle infaticabili scienziate che lavorano con contratti a termine e pagate male e poco da uno Stato che dovrebbe valorizzare le proprie eccellenze e che, per farlo, dovrebbe rendersi attrattore di investimenti, invece di far scappare all’estero imprese come la Coca Cola. Ecco, se ci sono dei virus che vorrei debellare quanto prima, sono l’ignoranza e la scarsa lungimiranza dei governanti.

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