Nelton Fortes: «Insegno a dribblare i cori razzisti»

di Matteo Maiorano

L’ombelico del mondo. L’Angels Episcopio, società sportiva dell’omonima frazione di Sarno, è pronta a mettere sotto contratto altri due talenti extracomunitari. Visite mediche e pratiche burocratiche di rito, il team caro ad Alfonso Molisse prosegue nella sua grande opera di integrazione, che in pochi anni ha permesso a diversi ragazzi di legare con il tessuto sociale della comunità e guardare con maggiore fiducia ad una realtà con mille sfaccettature.

«Allora ragazzi, novità?» – chiede il mister, a telefono con i futuri prodotti della cantera biancoverde – «Ci siamo mister, un altro po’ di pazienza» – chiosa Ibrahim, centrocampista gambiano classe ’97, in attesa del permesso di soggiorno. Perché la voglia di scendere in campo è tanta, tantissima. Ma c’è ancora un po’ da aspettare per il tesseramento. E’ stato questo il refrain di uno spogliatoio che ha visto passare, nell’ultimo lustro, un numero considerevole di giovani che, grazie al calcio, hanno rivisto una speranza di integrazione.

«A loro diamo una piccola valvola di sfogo. E’ un messaggio sociale grande, perché tanti calciatori qui al Viscardi (lo stadio di Sarno, NdR) hanno iniziato una seconda vita» – ripete patron Molisse, che nel frattempo organizza un pullman d’occasione per raggiungere le abitazioni degli atleti e condurli al campo. «Domenica c’è una partita da vincere e abbiamo bisogno dell’apporto di tutti».

Le sue pieghe dell’anima, sei anni fa, incrociarono quelle di Nelton Fortes, oggi terzino ambidestro che ricopre ambo le fasce della retroguardia biancoverde. Pioniere del progetto di integrazione di matrice sianese, Nelton arrivò in Italia da un’isoletta vulcanica di Capo Verde, per raggiungere il resto della famiglia che lavorava a San Valentino Torio da qualche anno. Terzo di quattro figli, Nelton è riuscito a trovare un impiego come carrellista nell’azienda che aveva già assunto il fratello: «Per fortuna non è passato molto tempo prima di trovare lavoro. Il problema più grande è stato apprendere la lingua: i primi mesi facevo fatica ad esprimermi».

Dai carichi di lavoro in azienda a quelli sul campo, che hanno spinto Nelton oltre il filo spinato dell’ignoranza e dei preconcetti, non è trascorso molto tempo: «Ho sempre avuto una forte passione per il calcio. Devo ringraziare la società per lo sforzo che ogni giorno fa per permettere a tanti ragazzi di fare allenamento. La dirigenza ha dato l’opportunità di crescere e di legare con il tessuto sociale».

Oggi Nelton guarda al razzismo con esperienza e distacco: «Non di rado sono stato vittima di cori ingiuriosi: “Cacciate fuori il negro, rompetegli le gambe” – Il fatto che giochiamo in terza categoria non deve ridimensionare il problema. Per fortuna dribblo cori e offese, penso solo al calcio, ma guardo al problema come ad una malattia: non vedo differenze tra me e un mio fratello bianco».

Bisogna essere più furbi. Perché quei cori spesso sono figli della paura: «Quando capita ad altri miei compagni facciamo fronte comune, sicuri che per loro questa sia una debolezza, frutto di chissà quale rancore. Dallo sguardo comunichiamo solo una cosa: “Stanno cercando di distrarci dalla partita”». Ma la sfida più bella Nelton la costruisce fuori dal rettangolo di gioco: «Il sogno è quello di costruire una famiglia e avere una vita stabile qui in Italia».

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