Qualche notizia sul “Salva – Stati”

di Italico Santoro

Si è parlato molto in questi giorni – e probabilmente se ne continuerà a parlare ancora nel prossimo futuro – dell’accordo raggiunto tra i paesi dell’Eurozona per la modifica del cosiddetto “ fondo salva-stati”. Lo scontro politico è stato molto duro, ci sono state reciproche accuse, si è fatto molto rumore senza spiegare agli italiani di che cosa effettivamente si tratta. Cerchiamo allora di rispondere, al di là del clamore mediatico, a tre domande: che cosa è il “salva-stati”; come lo si vuole modificare; quali sono le conseguenze di tali modifiche per l’Italia.

Il “salva-stati” – o, come più propriamente di dice in in termini tecnici, il “Meccanismo europeo di stabilità”, cosiddetto MES – è un’organizzazione intergovernativa creata nel 2012, in piena crisi, tra i paesi della zona euro per aiutare quegli Stati membri che dovessero trovarsi in difficoltà finanziaria. Ha sede in Lussemburgo e il segretario generale è un italiano. Ad alimentarlo sono, come è ovvio, i paesi aderenti in proporzione al loro peso economico (l’Italia, con 14,3 miliardi, è quindi il terzo contribuente, dopo Germania e Francia). Dispone di un capitale pari a 80 miliardi di euro e può finanziarsi sul mercato fino ad un massimo di 700 emettendo titoli garantiti dagli Stati membri. Da tempo sono in corso trattative per migliorarlo, trattative che si sono concluse nello scorso mese di giugno, in pieno governo gialloverde, e il cui contenuto è disponibile per tutti sul sito del Consiglio Europeo fin dal dicembre scorso, quando le trattative erano ancora in corso.

Le riforme introdotte sono modeste, solo un primo passo verso quell’Unione bancaria che sarebbe indispensabile ai paesi dell’Eurozona. Si tratta, in pratica, di due modifiche. La prima prevede, a partire dal 2024, che il MES possa fare prestiti a un “Fondo unico di risoluzione” – costituito dalle banche europee – per garantire l’operatività degli istituti che falliscono: in questo modo si eviterebbe di effettuare prestiti attraverso gli Stati e si eviterebbe di conseguenza di aumentarne il loro debito pubblico.

La seconda modifica è quella più controversa: il MES affiancherebbe la Commissione Ue nel valutare se un governo che chiede il salvataggio è in grado di restituire il prestito e in caso di dissenso prevarrebbe il parere del primo, senza dubbio meno disponibile della Commissione a valutare l’interesse generale e non i soli aspetti strettamente finanziari. Perché questa modifica è controversa? Se gli investitori dovessero percepire che il MES è orientato ad imporre un default ad uno Stato che ne ha richiesto l’intervento chiederebbero interessi sempre più alti: in questo modo la crisi rischierebbe di autoavverarsi.

Quali sono le conseguenze per l’Italia? La prima riforma va bene, tenendo conto di quanto sia elevato il nostro debito pubblico . La seconda cambia poco: già con le regole attuali è previsto che il MES possa intervenire per salvare un paese in dissesto ma anche che i maggiori Stati contributori possono mettere il veto a un tale intervento se non vengono imposte perdite ai creditori nazionali di quel paese. Come è stato, appunto, il caso della Grecia. E allora, come nel gioco del Monopoli, si torna al punto di partenza. Il vero problema dell’Italia non è il MES e non sono le politiche europee.

La nostra vera malattia è il debito pubblico elevato rispetto alla ricchezza prodotta (il famoso PIL). E per curare questa malattia c’è un solo modo, crescere di più. E allora invece di disperdere le (poche) risorse disponibili in provvedimenti assistenziali che aumentano la spesa e non la crescita è proprio in questa seconda direzione che tali risorse andrebbero concentrate. Ma ci sarà mai un governo disposto a farlo anche a costo di rischiare l’impopolarità?

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