Regionali e legionari

di Alessandro Rizzo

Ieri pomeriggio (lunedì 17 febbraio per chi scrive) la direzione regionale del Partito Democratico ha deciso compatta di riconfermare De Luca candidato alla presidenza della Regione Campania. Senza se e senza ma. 

Oggi (18 febbraio) i giornali titolano la notizia, accompagnandola però tutti con la falla che tale scelta si porta dietro: si perderebbero i 5stelle, le sardine e de Magistris. 

Dall’altra parte invece il centrodestra appare compatto (e neppure tanto) e indica all’unanimità il proprio candidato: Stefano Caldoro.

La competizione si annuncia accesa. Da una parte un centrosinistra non compatto su De Luca, ma tutto da soppesare. Proviamo ad analizzarlo. 

De Magistris. Da anni mi chiedo cosa muove, dentro e fuori Napoli ovviamente. A Napoli pare aver perso buona parte dello smalto che gli fece conquistare la fascia tricolore. La città è piena di problemi, a cominciare -come sempre- da quelli economici e finanziari. Pregevoli molte sue iniziative, specchio di un’anima votata allo spirito di servizio, ma molte di queste si sono poi arenate o nella migliore delle ipotesi sono state molto rallentate dalla realtà delle cose: amministrare è difficile; amministrare Napoli è quasi impossibile. Meritevole l’iniziativa sul “porta a porta”, le riqualificazioni urbane e le politiche di sinistra di cui molti elettori sentivano la necessità, trascurati intanto e non poco proprio dal Partito Democratico. Non è un caso che già nel 2011 ad appoggiarlo ci fosse la Federazione della Sinistra. L’anno venturo finirà il suo incarico e lui avrà necessità di trovare una casa che lo ospiti. Ma oggi? Oggi non incide come dieci anni fa, questo è certo. Fuori Napoli non ha alcuna ramificazione politica e dentro la città è molto più debole di un tempo. Peccato per De Luca non averlo al proprio fianco, ma se così sarà, pazienza.

Le sardine. Un altro “movimento”. Lodevoli le intenzioni (se sincere), ma l’Italia ha scoperto da ultimo sulla propria pelle cosa significhi essere governata da non-professionisti della politica. Sento già le vocine dei soliti contestatori dire “quelli rubavano e pensavano solo ai loro interessi”. Disillusi ormai. Sarà, ma è un dato di fatto che la condizione economica del Paese è molto peggiorata. Probabilmente siamo sprofondati nella crisi solo di pochi centimetri in più, ma se già prima eravamo nelle sabbie mobili fino al mento, è sufficiente scendere quel tanto da coprire naso e bocca per non respirare più. Cosa faranno le sardine? Sono pronte per le competizioni regionali, che -meglio ricordarlo- sono le elezioni più ibride che la nostra Nazione conosca? Sono amministrative ma con forte connotazione politica. E le sardine raccolgono gente in piazza, ma saranno in grado di convogliare i propri proseliti verso le urne? E se sì, in quale direzione? In Campania, ad esempio, invocano un nome credibile. Ma quando la direzione regionale di un partito (ancora) massimamente rappresentativo designa il Presidente uscente come candidato, come si fa a non ritenerlo credibile? E soprattutto, con quale senso di responsabilità si pensa di “invocare” un candidato, quasi fosse un’entità eterea, invece di proporne uno? 

Poi ci sono i 5stelle, che ancora non hanno perso il vizio. O forse ancora non hanno inteso che quando si è recettori di un ampio consenso si hanno delle responsabilità. Non si può scendere in piazza quando si è al governo. Non si può iniziare un dialogo sulle regionali basato sul “chiunque tranne lui”. La verità è triste: i 5stelle non sono stati in grado di esprimere un candidato neanche alle comunali a Salerno, quando avevano consensi di molto superiori ad oggi. Adesso è un semi-partito in caduta libera a cui converrà scegliere e scegliere bene, piuttosto che rimanere del tutto fuori dalla scena regionale. 

Dall’altra parte un centrodestra che, pur compatto (forse e comunque fino a un certo punto), non ha fatto sforzi enormi né significativi passi avanti nella ricerca del candidato di coalizione. La montagna ha partorito un topolino ed ha espresso come candidato Stefano Caldoro, quello bocciato all’ultima tornata elettorale. Evidentemente non è piaciuto da governatore. La Carfagna non ha fatto mistero della sua disapprovazione e, sebbene il cavaliere ancorché ormai rauco abbia tuonato, bisognerà vedere quanto lei si spenderà.

Poi c’è una lega che un po’ come una canna al vento, in Campania ha da risolvere prima i problemi al proprio interno. Dieci giorni fa Salvini ha definito Caldoro un buon amministratore, salvo poi ritrattare da ultimo e dire che occorre una sicura e solida convergenza. Ma la lega è il partito che va “alla bisogna”, si sa, e che sta costruendo il proprio spazio oltre che nel populismo, anche negli spazi lasciati incustoditi dalla Meloni.

In conclusione, la competizione sarà accesa e mai come quest’anno il risultato sarà fortemente determinato dalla composizione delle liste e dalla scelta dei candidati. 

Se il vento nazionale soffia verso destra (cosa alla quale francamente non credo perché la destra socialista è ancora troppo debole), il centrosinistra potrebbe non risultare particolarmente scalfito dall’ipotesi di perdere i 5stelle o de Magistris. Di certo c’è che se il candidato è -come è- Vincenzo De Luca, la coalizione dovrà fare un gran lavoro di coesione e far leva sul senso di responsabilità, quello che -ad esempio- non manca ad Alfonso Andria che con grande intelligenza si è espresso nella direzione dell’unità. La politica non ha bisogno di legionari, ma di persone perbene, convinte e disposte a regalare una parte del proprio tempo al bene comune.

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