"Saremo costretti a reinventarci, o sarà un disastro".

di Andrea Bignardi

La ristorazione rischia di essere uno degli anelli più deboli dell’economia territoriale. Già provato dalla crisi del 2008, il settore del food era riuscito a risollevarsi puntando – in alcuni casi – sul ritorno alla territorialità e sul rapporto diretto con la clientela. Conquise che potrebbero essere completamente minate se non ci sarà un’inversione di tendenza radicale nella corsa del coronavirus. E dunque, occorre organizzarsi, magari puntando sul delivery, sulla consegna a domicilio, che potrebbe essere una nuova frontiera della ristorazione per fronteggiare il calo fisiologico di coperti che anche ad epidemia conclusa graverà sul settore. Lo testimonia Carla D’Acunto, titolare dell’affermato ristorante “Mediterraneo”, ristorante sito a due passi dal Grand Hotel Salerno, che richiede un maggior intervento delle istituzioni a tutela degli operatori del settore, attraverso una sinergia che possa partire da comuni e regioni. “Altrimenti – commenta – la burocrazia ci distruggerà definitivamente”.
Da affermata ristoratrice salernitana qual è stato il suo impatto col coronavirus?

“Inizierei dal fatto che ho scelto di chiudere ancor prima del divieto, in occasione della festa delle donne in cui avevamo scelto comunque di distanziare i tavoli. In un locale come il mio pensare di lavorare senza quel contatto con il cliente che per me è prioritario, già il sabato il calo fu drastico, in seguito alla chiusura della zona rossa lombarda. Lunedì scorso ho proceduto alla sanificazione del locale, delle cucine, dei bagni, dell’ufficio. Il mio timore è che non avendo adottato misure ugualmente drastiche per tutte le categorie commerciali e per tutta la nostra popolazione, e soprattutto il fatto di aver consentito a migliaia di persone dal Nord di giungere senza i dovuti controlli ha allungato ulteriormente i tempi di riapertura delle nostre attività per via dell’amplificarsi del contagio. Siamo un paese diviso sotto tutti gli aspetti, e questo non ci aiuterà nella risoluzione dell’epidemia: la polemica di Galli con Ascierto è emblematica della situazione della nostra Italia”.


Come cambierà la ristorazione dopo l’epidemia?

“Credo che il mio settore possa avere un colpo pesantissimo. Chi avrà soldi tali da poterli sprecare in una cena di pesce al ristorante? Il piccolo rosticciere o il bar non troppo pretenzioso potranno riprendersi, ma attività commerciali più affermate probabilmente saranno costretti a reinventarsi, essendo utili alla società ma al tempo stesso tornando a guadagnare qualcosa”.


In che modo?

“Magari puntando sull’asporto, una volta che tutto sarà riaperto. Ma non è assolutamente una certezza la mia, visto che comunque al momento è tutto fermo”.


In tempi di crisi può essere utile diversificare..

“Un’idea potrebbe essere quella di intraprendere attività di vendita di generi alimentari, decongestionando i supermercati e quindi di fatto riducendo gli assembramenti. C’è un insieme di persone anziane, che vivono da sole, che avrebbero giovato di questo tipo di scelte. Ma la possibilità di reinventarci ci dev’essere concessa anche dalle istituzioni. Burocraticamente infatti non mancano gli ostacoli che impediscono trasformazioni del genere. In questo momento occorrerebbe snellire le pratiche per agevolare una diversificazione delle nostre attività. Bloccare il contagio è fondamentale ma occorrerà arginare anche la crisi economica che consegue a questa situazione di stallo: a maggio, per quanto mi riguarda, avrò da sostenere una serie di spese per scadenze importanti. Posticipando semplicemente i pagamenti, senza abolirli, lo stato non avrà concluso nulla. Non si rendono conto di ciò che andremo ad affrontare. E serve un’azione sinergica: i comuni devono spalleggiare l’azione di noi commercianti, sperando che loro diano un segnale che venga raccolto dalla Regione che a sua volta dovrebbe fare da tramite con il governo nazionale”.

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