Tangentopoli salernitana, Michelangelo Russo: «Le mie inchieste tutte corrette, c’era dell’illegalità spudorata»

di Erika NOSCHESE

«La trasformazione di Salerno inizia con Giordano, ma nel segno dell’illegalità più spudorata». A parlare così è Michelangelo Russo, il pm di ferro, protagonista della Tangentopoli salernitana che ripercorre le vicende che ha visto protagonista, tra gli altri, l’allora sindaco socialista Vincenzo Giordano. E alla domanda su chi condannerebbe, l’ex pm Russo non ha dubbi: l’allora primo cittadino e tutta la classe politica che girava intorno a quel “sistema”.

Salerno è stata protagonista di una brutta pagina di storia politica. Che ricordo ha lei degli anni della tangentopoli salernitana?

«Una magistratura all’improvviso diversa. Già negli anni precedenti io avevo fatto qualche processo in materia di diritti contro la pubblica amministrazione ma non era stato facile portarli avanti perché erano un po’ come mosche bianche. Quando inizia Tangentopoli, Salerno ha uno scatto d’orgoglio come mai prima nell’Italia meridionale, più di altre città. Ci sono le condizioni: all’epoca c’era un procuratore capo di vedute più ampie, Giuseppe Rizzo, che incoraggiò i processi dove si sospettavano casi di corruzione, di gestione allegra delle case pubbliche. Salerno, tra il 1991-1992, è un ufficio dove è più favorevole la condizione culturale e per questo riesce ad essere la prima città del meridione che ha un grosso protagonismo al momento della verifica delle condizioni di legalità. Fino ad allora, la criminalità era confinata nell’idea associata ma non di natura amministrativa, che non era divenuta patrimonio comune della magistratura salernitana».

E’ stato un periodo che ha visto protagonista l’allora sindaco Giordano, assolto…

«C’è un grosso errore di fondo che si è replicato ogni volta. Il primo grande processo si chiama “Fondovalle Calore” dove vengono tutti condannati fino alla Cassazione. L’altro grande processo che mi vide protagonista fu quello del Trincerone. Da lì uscirne puliti significa essere assolti e loro furono assolti per prescrizione ed è una cosa completamente diversa. Io ho iniziato quel processo nel ’93: in primo grado viene assottigliata l’imputazione, in appello viene chiesta l’assoluzione e la Cassazione decreta la responsabilità degli imputati ma è chiaro che il resto è prescritto e parliamo del falso ideologico di approvazione dello stato dei lavori e la Cassazione dichiarerà che il progetto non era esecutivo. Per questo motivo la mia inchiesta è salva così come la mia intuizione. Il magistrato non può ribattere alla canea di commenti ed è stato facile imbrogliare le acque e dire che è stato assolto. Sono stati giudicati colpevoli nel merito, in qualche maniera è solo che non è stato possibile procedere nel merito. A mio giudizio, quello che fecero era esattamente uguale a ciò che si faceva in altre parti d’Italia Ma la magistratura non funzionò a tal punto da esaminare vicende scottanti. A Milano questi tipi di processi erano più semplici: Di Pietro, ad esempio, aspettava le confessioni che si precipitarono a confessare, a decine e decine».

A Salerno perché nessuno ha parlato?

«Qui nessuno è andato a confessare perché di mezzo c’era la criminalità organizzata e chi va a confessare chiamando in causa la criminalità? Non solo, Milano aveva un altro tipo di cultura, era più attrezzata e su questo Craxi non sbagliava, aveva capito che c’era una magistratura più agguerrita, che aveva una sua caratterizzazione anche culturale».

Mentre Salerno viva la sua tangentopoli, a livello nazionale si consumava il processo che ha visto protagonista Bettino Craxi storico leader del partito socialista. Lei parlava di una magistratura differente, forse è di questo che aveva bisogno Salerno?

«È una questione di circostanze. Le cose accadono quando le persone sanno trasformare le situazioni in qualcosa di concreto. A Milano, Di Pietro non era un personaggio con un bagaglio culturale avanzato, Non è il classico magistrato ingessato, nella figura scontata poi a Milano c’era una magistratura vivace fin da quando io ci lavorai. Era naturale venisse fuori una forte ribellione che il Paese già covava non solo contro Craxi. Craxi e il Psi non si presentavano bene dinanzi ai cittadini comuni e questo faceva covare un sentimento di rivalità. Quello che fu fatto avvenne nel massimo dispregio delle regole e Craxi commise una grande imprudenza perché pensava che la politica fosse la padrona assoluta. Da allora inizia una nuova fase tanto che in quel periodo Salerno ha un cambiato epocale, con la realizzazione di cose mai fatte nei 50 anni precedenti e il merito è sicuramente della giunta Giordano. Questo bisogna riconoscerlo perché il volto della città di Salerno cambia rapidamente, in maniera avventata e con troppa fretta. Viene raggiunto un tenore molto più alto».

La tangentopoli salernitana come ha cambiato il corso della politica?

«A livello nazionale non ha influito molto perché è una modesta città del sud nonostante una grande storia alle spalle mentre a livello locale è cambiato molto. I colleghi napoletani ad esempio veniva a Salerno ad assistere ai processi per vedere come erano stati organizzati perché loro non avevano esperienze di questa portata e noi rappresentavamo un’eccellenza tecnica anche attraverso il nostro pool».

Ecco, lei poco fa parlava del cambiamento che ha avuto la città di Salerno. Cosa difende di quel periodo?

«I cambiamenti ci sono stati, il problema è che avvenivano nella fretta e nell’illegalità più spudorata. La classe politica salernitana e lo stesso Giordano erano convinti di poter fare le cose che facevano, tranquillamente, con una mancanza di rispetto verso la magistratura; loro infatti erano abituati ad una magistratura abbastanza scontata, abituata a tutt’altro tipo di processi e per loro era una cosa inconcepibile che non riuscivano ad immaginare la capacità di questa magistratura. Alcuni magistrati avevano un livello culturale diverso, più avanzato, con un procuratore capo che veniva da un’esperienza di sinistra, antica, dimenticata negli anni ma sicuramente di grandi vedute e non timoroso del potere politico. Con questi ingredienti, che si sono verificati anche a Milano dove c’era Saverio Borrelli, era possibile dare vita a questi processi mentre oggi c’è un regresso per tanti motivi, quasi la paura che la politica si coalizzasse limitando i poteri della stessa magistratura».

Chi assolve e chi condanna?

«Oggi sarei più selettivo, tanto per iniziare. Cercherei di non colpire nel mucchio come si faceva in quegli anni in cui l’ondata di arresti fu spropositata rispetto a ciò che non era stato fatto prima. Mi spiego: non è possibile andare a fare una giustizia sommaria all’improvviso, dopo che per anni sono state trascurate le gesta dei delinquenti che per 30 anni l’hanno passata liscia portando ad un’auto regolamentazione della politica, in senso sbagliato».

Giordano assolto o condannato?

«Lo condanno ancora perché io ricordo ancora un episodio e lo condanno non solo per la vicenda tangentopoli. Io rivendico tutto ciò che ho fatto ma ora darei un tipo di condanna diversa».

Chi condannerebbe ancora?

«La classe politica che c’era attorno, in quel periodo, soprattutto per gli stessi silenzi. Condannerei chi c’era quel periodo perché avrebbero potuto fare di più; è proprio durante tangentopoli che la politica inizia a cambiare e cambiano gli atteggiamenti perché la politica inizia a cercare strade diverse. Il Trincerone, come noi lo conosciamo, non è il progetto iniziale, all’improvviso fu cambiato il progetto così come avvenne per altri progetti. E’ come se si fossero resi conto dei guanti combinati e iniziarono a voltare pagina, non solo ma durante. E quella politica che ha fiutato la possibilità del cambiamento si è salvata. Ora che sono in pensione, sotto il profilo politico, posso permettermi di dire che lo condannerei, da libero cittadino che esprime la sua idea. Giordano fece errori gravi di presunzione: mi ricordo ancora quando un giorno lo chiamai come testimone in un processo e lui rispose con arroganza, dopo che lo strinsi nelle sue contraddizioni; si arrabbiò, iniziò a sparare contro la magistratura. Io gli dissi di calmarsi ma lui si alzò e se ne andò; rimasi sconcertato perché quella era un’occasione in cui lui poteva esprimersi, ammettere di aver sbagliato ma in buona fede. Dimostrò invece che la politica non voleva essere controllata e quando veniva messa dinanzi alle sue contraddizioni si arrabbiavano ma lui era anche ingenuo e si trincerava dietro la convinzione che la sua posizione politica lo avrebbe salvato mentre bastava essere più collaborativo perché quello che era stato fatto era così evidente, soprattutto contando che si tratta di spreco di denaro. Salerno, ancora oggi, ha una serie di opere abbandonate a causa di un crollo nella progettazione mentre all’era di Giordano si apriva un cantiere al giorno con un giro imprenditoriale grande e vincente tanto che noi sequestrammo decine di progetti legati l’uno con l’altro a causa di una serie di imprecisioni. Questi processi devono essere seguiti dai magistrati che li costruiscono e devono saper illustrare ai magistrati giudicanti perché non tutti hanno la stessa lucidità o intuito».

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