Ti sento vivere, qui. Ma anche ovunque.

di Brigida Vicinanza

“Ti sento vivere, in tutto quello che faccio e non faccio ci sei. Mi sembra che tu sia qui. Sempre…”Oddio, ho utilizzato della musica commerciale. Adesso mi starai dicendo che ti sanguinano le orecchie perché odi Max Pezzali, Ligabue, Vasco Rossi e chi più ne ha più ne metta. Però io non saprei esprimerlo diversamente quello che sei. Perché ti sento vivere sempre. Vivi nelle mie scelte, nei miei giorni, ogni volta che ho visto buio in questo anno in cui di stelle luminose ne abbiamo viste ben poche. Ho seguito la mia personale stella cometa. E ogni volta l’ho trovata pronta, a tutti gli angoli e negli spigoli. In ogni pensiero, in ogni “e adesso cosa faccio?”. Ma Marta cosa mi avrebbe detto? Cosa avrebbe fatto? Eh, da quando non c’è però… ma poi mi giro, guardo indietro e tanto ti trovo ferma, che mi guardi. Che mi dici sempre tantissime cose. E poi ridi. Ridi perché alla fine tuoni: “Io te lo avevo detto, tu non mi hai voluto ascoltare. Adesso però che lo hai capito, vediamo di rimediare”. Rimediare. Hai sempre voluto rimediare a tutto, scivolando sui problemi, concretizzandoli, razionalizzando e trovandone una soluzione. E quando una soluzione non c’era, beh, tu passavi avanti e poi correvi. Come il 28 dicembre di un anno fa. Scusa se la soluzione noi non abbiamo potuto trovarla come hai fatto tu. Ma incredula, frastornata e confusa io ti ho tenuto la mano. Ti ho tenuta, ti stringo. Ho affidato i miei unici pensieri positivi della giornata ai tuoi occhi. Marta, la forza della mia mano non ha saputo stringerti così forte come lo faccio ora, come ho fatto negli ultimi 365 giorni della mia vita in cui non mi è sembrato mai che tu non ci fossi. Perché io ti sento vivere. Ti ascolto, anche se sbaglio e poi non sbaglio più perché mi correggi. E corro, proprio come te, per stare al tuo passo. Quella telefonata, quell’attimo è cristallizzato. Non ho esitato neanche un secondo. Mi sono guardata allo specchio, con il cuore a mille. E non ricordavo più neanche che giorno fosse. Ho corso, verso di te. Ma anche un po’ verso di noi, per fare i conti con l’altra me. Con l’anima e il cuore che ci siamo divise in due. Con il sonno spezzato, con le lacrime che mi hai asciugato, con lo sforzo che abbiamo incondizionatamente fatto ogni istante di condivisione di questo mestieraccio che poi ci ha rese una cosa sola. Come quando ti ho accompagnata a fare quel tuo primo tatuaggio. Anche quel momento era nostro. In due, su quel motorino, con un accenno di pioggia estiva che ci rinfrescava prima di arrivare nel nostro mondo. Sei il mio ennesimo tatuaggio sulla pelle e io ho cristallizzato il mio 28 dicembre. Perché ci sentiamo vivere, rivivere, sopravvivere. Ci siamo rimarginate le ferite e abbiamo incollato le nostre mani usando il cicatrene. Che non è più in commercio, mi sono informata. E allora è proprio come noi. Siamo irrecuperabili, introvabili. Ma siamo io e te, inseparabili agli occhi di chi ci ha vissute e viste anche solo per un attimo, presenti nella quotidianità. Marta, amica mia… ti sento vivere ovunque, sempre e per sempre. Con il veleno più dolce di cui ci siamo nutrite nei nostri inimitabili anni, che custodisco gelosamente, da qui fino alla Corea del Sud avanti e indietro per 1 milione di volte. Però quei film che mi hai fatto salvare sul pc e mi hai costretta a vedere non li guardo più perché veramente nun c’a facc! “Ovunque guardo ci sei tu, ogni discorso sempre tu, ogni momento io ti sento sempre più..”

Scusami e scusaci se abbiamo utilizzato questo “tuo” canale. Ma sappiamo che rimane la corsia preferenziale per raggiungerti.

Tua, Nana.

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