Un governo in ostaggio

di Alessandro Rizzo

Finito il sequestro del governo da parte della lega, già si intravedeva all’orizzonte il cambio di aguzzino. Il sempiterno Renzi propone di sfiduciare Bonafede sul tema della prescrizione. Beninteso, la riforma a me non piace e per mille ragioni. Al di là delle argomentazioni squisitamente processualistiche, in effetti già snocciolate da tutti i giuristi a partire dai laureandi in giurisprudenza, resta un tema politico di gravità inaudita che va affrontato, in sede politica, con un moto di coscienza.

Bonafede cade in un tranello, tipico di un politico inesperto. Esiste un serio problema di durata dei processi e questo è indiscutibile. Ma prima di pensare di porvi rimedio semplicemente mortificando i diritti costituzionalmente garantiti ai cittadini, occorrerebbe, a mio avviso, una disamina attenta dell’origine e della natura del problema, per poi passare alla ricerca di una soluzione quanto più compatibile possibile con la nostra Costituzione.

Innanzi tutto, è bene ricordarlo, la prima stesura della riforma Bonafede riceveva il plauso del carroccio che, anzi, la scorsa estate, prima di cadere in disgrazia a causa dei conti sbagliati di Salvini, auspicava un azzardo maggiore, un processo ancora più veloce.

Smemorata la lega, come sempre, non rammenta di aver governato in passato con Berlusconi e di aver contribuito all’indebolimento della giustizia italiana. Sarà stato un caso, ma fatto sta che a rendere più fragile l’apparato giudiziario e, di conseguenza, a frustrare le attese dei cittadini non sono servite, in passato, riforme radicali, ma è bastato congelare radicalmente il potenziamento degli uffici bloccando per anni le assunzioni. La zuppa, resa scarna -guarda caso- degli elementi principali, è stata poi arricchita da qualche ingrediente sapiente, come la riformulazione del legittimo impedimento ad uso e consumo dell’imputato per eccellenza del Tribunale di Milano: il cavaliere nero.

Se si fosse davvero voluto accelerare i processi, sarebbe bastato potenziare gli organici. I rinvii innaturali erano infatti diventati uno strumento con il quale i magistrati erano costretti a difendersi dal sovraccarico dei ruoli. Nel mio settore, quello civile, prendendo ad esempio Salerno, è bastata un’iniezione di forza giovane per vedere i tempi medi di una causa ridursi di percentuali significative.

Passiamo all’aspetto politico della riforma della prescrizione. Eliminarla solo perché è diventato troppo frequente che gli imputati se ne avvalgano equivale a sancire definitivamente e normativamente la sconfitta di un sistema. Un po’ come se per sconfiggere il malcostume dell’uso del cellulare alla guida, si decidesse di abrogare la norma che lo vieta; dal giorno successivo non ci sarebbero più infrazioni. Immaginate se si registrasse un incremento dei furti, basterebbe depenalizzarli per poter dire che non ci sono più reati.

Ecco, poiché lo Stato non riesce a garantire che un processo si chiuda entro termini che siano un giusto contemperamento tra l’aspettativa di giustizia e la certezza dell’incombenza di una condanna in capo all’imputato, il nostro scaltro guardasigilli propone di stravolgere l’istituto della prescrizione.

Pensasse piuttosto a potenziarla la giustizia.

Veniamo a Renzi. Che sia uno stratega lo si sapeva, a dispetto della sua scanzonata espressione da boyscout che indusse Grillo a definirlo l’“ebetino” e Mister Bean. Altro che ebete, come un novello Craxi, ha prima partecipato alla formazione di questo governo e poi è andato via dal Pd portandosi dietro un numero di ministri quasi superiore a quello degli elettori di Italia Viva.

Il mondo sta andando al rovescio e a testa in giù, si sa, non si sta certo bene.

Con il suo bel nome da yogurt, questo partitello oggi tiene in scacco il governo e lo fa dall’interno perché minacciare la sfiducia ad un solo ministro è una mossa, per quanto scorretta, indubbiamente scaltra. Non è una manovra stupida come quella di Salvini, che voleva sfiduciare l’intero governo di cui era parte. Ed è anzi una manovra ancor più sottile dell’unico precedente che la nostra storia repubblicana ricordi: quello della sfiducia a Mancuso, guardasigilli del governo Dini, che nel ’95 fu spedito a casa dall’intera maggioranza. Riuscire a sfiduciare Bonafede, da dentro la maggioranza, ma con un partito che come massimo auspicio può darsi quello del 5% è un’opera d’arte. Come un’opera d’arte è anche la scelta dei 5stelle di scendere in piazza, come se fossero all’opposizione, ma qui siamo nell’astrattismo, è più un quadro di Kupka.

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